Storie dell’altro secolo: L’ora dei signori

“Maaa’, Maaa’…” come il mio solito ho incominciato a chiamarla già dalla chiostra, e lei uscendo in fretta si e messa l’indice davanti al naso dicendo sottovoce: “Fa piano che ci so i “signori”. In un attimo la mia mente andò a quando ero obbligato a sentire i miei dischi a un volume così basso che sembrava ascoltarli al telefono perché “c’erano i signori” che stavano facendo il pisolino.

Ogni giorno di ogni cazzo d’estate. Meno quel pomeriggio di Luglio, quando in un languido abbiocco, i Motorhead in persona decisero in intervenire.
Per chi non li conoscesse i Mothorhead erano in tre, ma a sentirli sembravano “50 Beppe Ciabatta” incazzati che litigano per picchiare sullo stesso pezzo di ferro. Il leader mi ricordo si chiamava Lemmy. Lemmy Kilmister che per me era un Dio.
Li stavo ascoltando con le cuffie, perché mia mamma era già venuta tre volte a dirmi, anzi più che a dirmi, a fare cenno con le mani di abbassare facendo strani versi con la faccia. Mi ricordo che strinsi i denti e battendo i pugni sulle gambe chiesi ai Motorhead di dammi la grinta necessaria. Ma nel finale di Live to win, quando Lemmy con quella voce di sasso cominciò ad urlare solo per me:

Break down the wall,
Live it up it’s their time to fall,
Anarchy is coming in,
If you know we live to win.

Mi sentivo in mezzo a un temporale, staccai le cuffie dallo stereo e il volume esplose selvaggio dalle casse rimbombando per tutto il palazzo. Nculo l’ora del silenzio, nculo sti vecchi di Roma che vogliono venire a dettare le loro leggi nel nostro palazzo, nculo l’Argentario località esclusiva che non fa altro che leccare il culo a sti stronzi arricchiti.
Mentre il basso di Lenny continuava a pompare da far tremare le fondamenta, la mi mamma entrò in camera con gli occhi di fuori e gridando, questa volta si, qualcosa che si perde nell’inferno della musica. Prova a spengere lo stereo ma non ci riesce, pigia tasti a caso ma Lenny continua per la sua strada. Ricordo che la coppia che stava di sopra non disse nulla ma quella sera stessa venne Memmo a chiedere spiegazioni su cosa era successo in quanto i clienti avevano sporto una denuncia e minacciavano di andarsene senza pagare.
“Ti ricordi mà, quella volta dello stereo?”. “Sta zitto nmelofaricordà che mi!” fa impugnando il mozzino.
Tutto questo è successo sabato scorso, quando ormai mia mamma non affitta più la casa da tantissimi anni, ma il modo di agire verso “i signori” è rimasto lo stesso negli anni. Sempre referenziale, oggi come allora. Per lei e per quelle come lei, che diciamocelo francamente sono la maggior parte delle donne di una certa età, il turista, anche se viene per un solo giorno deve essere servito e riverito e fare in modo che si trovi a proprio agio come se fosse a casa sua.

Nel dopoguerra fino agli anni Ottanta molte famiglie del Molo usavano affittare la casa o anche una sola camera ai villeggianti. Il tutto per arrotondare le entrate in casa. Spesso la famiglia andava a stare per i mesi estivi dai nonni, o chi come noi alla vigna dove avevamo una casetta in cui potevamo arrangiarci. Non certo paragonabile ai villini che hanno oggi.

Il boom economico faceva si che la richiesta fosse elevata, agenzie immobiliari erano poche, ma ci si rivolgeva ai bar, specialmente da Oreste o da Giulia. O negli anni 70 da Mariangela, in somma in quei posti dove magari nelle domeniche invernali o nelle vacanze di pasqua i turisti entravano a chiedere informazioni.

Mi ricordo che ogni attività di noi bambini doveva sottostare ai bisogni dei Signori. Eravamo forzati al nulla per quattro ore di pieno sole, dall’una alle cinque. Scendevamo per la strada e aspettavamo la fine del coprifuoco con il pallone sottobraccio senza sapere perchè il nostro divertimento poteva disturbare i Signori. Mi sa che noi siamo l’unico paese in cui li chiamiamo Signori. A Viareggio li chiamano bagnanti, a Rimini turisti, in Sardegna villeggianti, persino a Porto Ercole i padroni dei panfili li chiamano armatori, che rende meno schiavi. Noi no, li chiamiamo Signori, come si faceva nel mezzo Medio Evo!

Ed in fondo anche noi crescevamo credendo che i Signori erano una razza diversa da noi. Certamente migliore. Cosa potevamo pensare di diverso, di persone a cui i nostri genitori cedevano la nostra e casa e ci costringeva ad andare a vivere per tre mesi alla vigna, tra damigiane e muscini?
A pensarci bene lo stato di agitazione verso “i signori” si sentiva già dall’inverno e si viveva nell’allarme continuo del loro arrivo. Si presentavano di sorpresa accompagnati dalla ragazza dell’agenzia per decidere se la casa era di loro gradimento. Di solito la domenica mattina, l’unico giorno in cui potevamo stare di più a letto, ma che in fondo non potevi perché potevano passà “i signori” e la casa doveva essere precisa e a posto senza segni di vita vissuta. A noi bimbi ci vestivano a modo, pettinati con la riga, e se c’era un vecchio in casa magari lo rinchiudevano nell’armadio, perché il vecchio dava l’idea di poca igione, di pezzette piene di sgracchi lasciati sulle mensole e di orinali pieni di piscio sotto il letto.
Ricordo appunto una domenica mattina in cui avrò avuto sette-otto anni, mi sentii tirà giù dal divano letto dalle braccia della mia mamma, con un’agitazione tipo paura del terremoto. Aveva appena telefonato Oreste dicendo che mandava una coppia di Milano interessata alla casa per i mesi estivi. Per fortuna passarono una decina di minuti prima che i signori arrivarono accompagnati da Lalli, e eravamo riusciti a dare un tono all’ambiente. Il mi babbo allora era imbarcato e si mettemmo in fila io e le mie due sorelle. Quando entrarono Lalli fece un complimente alle mie sorelle e dette uno scappellotto a me mentre i milanesi ci salutarono appena. Lalli già allora ci sapeva fare con il commercio e provava a vendere il prodotto nel migliore dei modi, come se fosse lui il proprietario della casa. Mi ricordo che mentre ispezionavano la casa il marito era più che altro interessato a vedere la misura del televisore, la moglie invece si vedeva che era più tignosa e incominciò a ruoteare gli occhi tutt’intorno come la ragazza dell’esorcista, e stringeva la bocca come se l’avessero messo un dito in c*** o in casa ci fosse un cattivo odore, o magari entrambe le cose.
Dopo un paio di occhiate più insistite si voltò verso Lalli e gli disse: “Forse non ci siamo capiti. Abbiamo specificato subito che abbiamo un bimbo. Questo le sembra un posto per tenere un bambino?…” Devo dire che Lalli, seppur con gentilezza, rispose che effettivamente di bimbi ce ne vivevano tre, ma se la casa non era di loro preferenza, ne avrebbero cercata un altra. Io mi mordevo la lingua e avrei volututo gridarle che ci stavamo talmente bene che ci sarebbe piaciuto starci anche d’estate invece di trasferci alla vigna.

Anche quando passammo dall’età dell’infanzia a quella dell’adolescenza, “i signori” continuavano ad influenzare le nostre vite. Infatti a noi ci chiamavano i ragazzi del Moletto o della Caletta, ma a pensarci bene a noi la spiaggia e gli ombrelloni non ci toccavano. Per noi c’erano gli scogli o il “tettino” davanti alla Capitaneria dove si sdraiavamo e potevamo guardare i bimbi di città che avevano quei nomi da bimbi di città come Gian Filippo, Enrico Maria, Flaminia e le loro mamme supebone che ci scatenavano le prime fantasie erotiche.
Le mamme di citta’ arrivavano in paese a metà Giugno accompagnate dai mariti, i quali, a meno che non facessero i maestri, ripartivano per tornare ad Agosto, quando, come diceva Nappone, qualcuno se le era già ripassate ben bene…

Poi c’era il jukebox con le canzoni del Festivalbar e del Cantagiro, che dall’una alle quattro, se non le cinque non poteva essere usato, perché “i signori” dovevano riposare.

Ma la cosa che mi faceva più incazzare era che per “i signori” c’era un’ora per tutte le cose. Se alle due del pomeriggio strusciavi un pò di più una sedia la mamma era subito lì: “Fa piano che a quest’ora i signori dormino!”, poi c’era la fissazione di andare al mare alle 8 di mattina e tornare a casa alle 10 perché quella era la meglio ora, “l’ora dei signori”, e poi quella che mi faceva più inquietare la sera, quando eravamo ancora a tavolino e veniva l’amica della mi mamma e diceva: “Eh! ma voi mangiate all’ora dei signori!”, e ogni volta io che guardavo l’orologio per vedere quale cazzo di ora era quella “dei signori”.

A pensarci bene c’era una cosa che ci piaceva a me e alle mie sorelle nell’affittare la casa ai “signori”. Quando non erano in casa noi entravamo, all’insaputa di mamma, e guardavamo cosa c’era nella stanza. Così per curiosità, senza mai toccare nulla. Toccare nel senso di far sparire. Perche poi ci si divertiva. Altro che. Ricordo che loro si spruzzavano i migliori profumi in commercio, si provavano i vestiti da sera. Mentre io da sempre patito della lettura leggevo i loro libri, che erano sempre le novità dell’estate. Che ne so, il vincitore dello Strega, del Bancarella, il Campiello, il Viareggio. Li leggevo a puntate, un pò per giorno, tanto loro nemmeno li toccavano. Solo uno, mi ricordo bene lo lessi in un solo pomeriggio, talmente mi prese. Si intitolava “Eutanasia di un amore” di Giorgio Saviane. Ci fecero anche un film con la regia di Enrico Maria Salerno con Ornella Muti e Tony Musante. Negli anni quel libro l’ho cercato invano ma non l’ ho piu’ trovato.

Ai giorni d’oggi sono sempre meno chi affitta le case o le camere, almeno al Molo visto che in molti se le sono vendute. Credo ci sia solo Filomena, la quale ha ormai raggiunto il livello di un vero bed & breakfast. Serve una colazione in giardino con cereali, yougurt e latte di soya, possiede la partita iva e un sito web dove si può prenotare il soggiorno davanti ad uno dei più bei scenari del Tirreno. Ogni sera musica dal vivo…

“Silenzio!Hanno chiuso le verdi
persiane delle case.
Non vogliono essere invase.
Troppe le fiamme
della tua gloria,o sole!
Bisbigliano appena
gli uccelli,poi tacciono,vinti
dal sonno.Sembrano estinti
gli uomini,tanto è ora pace
e silenzio…Quand’ecco da tutti
gli alberi un suono s’accorda,
un sibilo lungo che assorda,
che solo è così:le cicale.”

“Meriggio d’Estate” Umberto Saba.

 

Ciao

Unarotondasulmare il nostro disco che suona