Storie dell’altro secolo: L’ultima volta

A Chi non dimenticheremo mai.

Così come esiste il calcio prima e dopo Maradona, il Jazz prima e dopo Charlie Parker, per noi Pilarellai esiste il Palio prima e dopo la Coppietta, e quello che viene dopo è sempre poco interessante.

Un gatto. Sembrava un gatto Dudù quando, con l’agilità dei suoi trent’anni, si arrampicò all’asta delle bandierine di Piazza, e scaltro cambiò l’ordine d’arrivo dell’anno precedente. Una delle cose peggiori della vita è non sapere quasi mai quando è l’ultima volta di qualsiasi cosa, o quando qualcosa che ci entusiasma si avvicina alla fine. E’ ciò che avvenne la sera di quel 15 Agosto 1959, infatti soltanto due anni dopo, drammaticamente capimmo che quella sera era stata l’ultima volta che Carlo e Peppe alzarono le braccia al cielo nello Stadio del Turchese. Per la quarta volta su quattro, insieme, con i colori del proprio rione: la Pilarella.
Da allora, ancora oggi che son passati quasi 50 anni, se si chiede ad un rionale di qualsiasi età quale sia stato il più grande equipaggio nella Storia del Palio Marinaro, ci si sente rispondere: “Quello della Coppietta”. Anche da chi, e sono ormai la maggior parte, ne ha semplicemente sentito raccontare le gesta. Se mi chiedete il perché ho scelto di raccontare il Palio del ’59, francamente non lo so neanche io, o forse perché è quello in cui a mio modesto parere è quello in cui hanno mostrato di più tutta la loro potenza, o forse più semplicemente perché è il primo Palio che mi ricordo in modo nitido, a partire dalla sfilata e finire con la scena con cui ho aperto la storia.
Nati nel 1935 da Loffredo Ezio “Lello del Moscino” e Schiano Artemia erano gli ultimi di cinque figli, la cui primogenita, Lella, era l’unica femmina. Le loro capacità atletiche non devono stupire troppo perché era un dono appartenente alla loro famiglia, da parte di mamma. Artemia era la figlia di Salvatore “Zi Tore Cacaceci” e Emilia “Zi Miglietta”, una delle coppie più importanti del Molo metà ‘800. Abitavano all’ultimo piano lato Piazza del numero 35, con i quattro figli, due femmine, oltre Artemia, Eleonora, e i quattro maschi: Carlo, Nazzareno, Eugenio ed Edoardo. Fra i nipoti della vecchia coppia, ci sono i più grandi atleti della Storia paesana del dopoguerra, basti ricordare, oltre i fratelli Loffredo, Adorno di Eugenio e Salvatore di Carlo. Entrambi grandissimi. La quarta generazione non ha seguito le orme della precedente per due motivi. Il primo è che, molti, specialmente i Loffredo hanno procreato figlie femmine, ed il secondo è che, purtroppo, tre rappresentanti sono venuti a mancare in modo tragico in piena gioventù. Infatti oltre a Carlo e ad Adorno, bisogna ricordare anche Renato di Eleonora che scomparve ancora bimbo. Gli unici maschi sono quelli di Lella, grandi fisici atletici, ma che essendo cresciuti a Genova, onestemante non ne consco le gesta atletiche. Degli Schiano ci sono poi i figli di Giuliano, Carlo e Mauro che però non sono mai stati dei grandi sportivi, seppur eccelsi in altri campi. L’unico “Cacaceci” che ha avuto successo fra quelli della quarta generazione è Nazzareno, figlio di Stefano, che è stato un grande e funambolico attaccante a cavallo degli anni ’80 sia dell’Argentario Calcio che della Rari Nantes. Senza dubbio un grande atleta. Ma ancora oggi, se si conoscono le discendenze, leggendo ogni lunedì i tabellini delle rappresentative locali, si possono trovare numerosi atleti che discendono da quel ramo piantato da Zi Tore e Zi Miglietta, sebbene lontani anni luce dalla profilica terza generazione.
Carlo e Peppe eccellevano in ogni sport a cui si mettevano alla prova. Presi bimbi sotto la tutela di Enrico Zolesi, questi li abituò agli allenamenti e allo sforzo. Di Carlo, che diciasettene battè il record italiano dei 100 dorso, si dice che aveva una resistenza allo sforzo impressionante, ed un battito cardiaco eccezionale.
La Pilarella li scelse un pomeriggio alla Caletta, in una riunione “dei lunghi coltelli”. Infatti il rione non passava un buon momento, e alle vittorie dei primi anni, fecero seguito anni di magra. Una sola vittoria nei successivi sei anni, con il risultato finale che la Croce ci raggiunse nel numero dei successi. Quel pomeriggio tutti i rionali erano presenti, grandi e piccini, ognuno diceva la sua, fino a quando Ettore Fischio, con auterità mise tutti a tacere dicendo “Ma imbarcamo quei 3 mocciosi e vedrete che non se ne pentiremo!”. I tre mocciosi erano appoggiati alla grande vetrata che guardava sul golfo, ed erano i diciannovenni Carlo e Peppe, ed il ventenne Mario. Così nacque il più grande equipaggio della Storia. Il capovoga era Toretto, qualche hanno più grande, con Elio che sostituì Mario nel 1955. Nel 1957 i due fratelli non parteciparono al Palio perché imbarcati, ma questo fece nascere delle voci, che fra l’equipaggio incominciavano a nascere degli scricchiolii. Specialmente fra Toretto ed i due. Comunque la Pilarella vinse anche quell’anno, per la quarta volta di fila ad una sola vittoria dalla Coppa d’Oro messa in palio per la prima volta l’anno precedente. A bordo quell’anno c’era Elio, già protagonista nella vittoria del 1952. Ma l’anno seguente avvenne ciò che nessuno si sarebbe mai aspettato. Il consiglio rionale, venendo da quattro vittorie di fila dette ancora a Toretto l’incarico di formare l’equipaggio, equipaggio nel quale non c’erano Carlo e Peppe, che imbarcarono alla Croce. Su quel sogno infranto ognuno ha detto la sua. C’è persino chi, cambiò rione. Inutile dire che nella psiche rionale ci fu uno strappo quando la Coppietta si separò da noi. Il risultato fu che non vincemmo. Arrivammo ultimi. Ma non vinsero nemmeno loro. Arrivarono secondi. Vinse inaspettatamente il Valle, che non vinceva dal 1938, pochi mesi prima della morte di Pio XI. Quell’anno morì il successore, Pio XII, e nacque così il detto che “il Valle vince ogni morte di Papa”. La vittoria dell’armo bianco celeste diede adito ad un dopo palio carico di polemiche, infatti si disse che spalmarono la cellulosa sotto lo scafo e sopratutto cambiarono la posizione dei banchi. Fatto sta, che contro ogni pronostico,il guzzo scivolava che era una bellezza e alla fine trionfò.
Se anche ci fu qualche furbata non c’era altro che da applaudire, fa parte del gioco, ma quel cetriolo di …… non si accontentò di vincere. Volle stravincere, e dichiaro che “il Valle ha vinto di forza”. In molti si legarono al dito quell’azzardata dichiarazione.
Erano quegli anni in cui i giovani, specialmente i Pilarellai, passavano gli inverni imbarcati, e quelli che dovevano fare il Palio davano la parola che entro la fine di Luglio, massimo i primi di Agosto, si sarebbero messi a disposizione. Anche per l’edizione del 1959 Toretto fu incaricato di formare l’equipaggio. Si era ormai a metà Lugio e le voci che circolavano in riguardo alle prestazioni dell’armo non lasciavano presagire nulla di buono, fino a quando un sabato sera avvenne quello che sarebbe passato alla storia come il “colpo di stato”. Quella sera al Moletto c’era la festa danzante organizzata dal rione Croce. A fare gli onori di casa, un giovane Gianni Moriani, che assomigliava sia nelle movenze che nel fisico Mike Bongiorno all’apice della popolarità in quegli anni. A metà serata Moriani chiese la parola, e mentre l’orchestrina si dissetava al bar, annunciò l’equipaggio che da lì a poche settimane avrebbe difeso i colori del proprio rione:
Timoniere: Loffredo Vittorio, Capovoga: Loffredo Carlo, Secondo reme: Loffredo Giuseppe, Terzo Reme: Mario Loffredo, Quarto Reme: Loffredo Elio. Fatto volle che, proprio in quell momento stava passaggendo sulla banchina Osvaldo Consumi in compagnia della Annamaria. Osvaldo non sentì seghe, disse alla moglie di andare a casa e si diresse verso Chiodo, dove allestì in fretta e furia una riunione consigliare, dove si decise di tentare il tutto per tutto per portare i due fratelli di nuovo alla Pilarella. La sera di domenica dopo cena, un gruppo di rionali si diresse verso le Sconcione, destinazione la casa di Artemia, dove avevano l’incontro con i fratelli. A salire fu Osvaldo, che era di casa essendo figlio del fratello di Zi Tore, e Nino Castagnara. Di sotto davanti alla Caletta rimasero i più giovani guidati da uno scatenato Franco Frigge. Mentre Artemia sfaccendava, al tavolo si sedettero Elio, Carlo, Nino e Netto. Osvaldo invece rimase, nervoso, in piedi di spalle alla finestra con le braccia conserte. Era una di quelle serate estive di una volta, come ormai non le fa più. Già buio di fori, il canto delle cicale e la voce di Ninetta che accompagnava la radio. Mentre Zi Lello offriva agli ospiti un bicchieretto Osvaldo prese la parola. Voleva che sbarcassero dalla Croce per imbarcare con noi, a costo di sbarcare Toretto.
Convincerli non fu facile, e poi Peppe non c’era essendo ancora imbarcato. Era difficile sopratutto convincere Elio, che diceva che ormai erano in parola, e non sarebbe stato giusto. Solo dopo qualche ora si convinsero, a patto che tutti e cinque sarebbero dovuti imbarcare perché il loro sogno era fare un palio con cinque Loffredo. Scesi in strada la buona notizia fu accolta dai giovani con un boato e strada facendo incontrarono i primi paranzellai che scendevano per le prime uscite, così che la notizia passò in un baleno da barca a barca. Peppe sbarcò i primi di Agosto convinto di fare il Palio con la Croce e invece si ritrovò, con grande felicita’, a bordo al nostro guzzo. Tre anni dopo la volta precedente e con nelle orecchie quelle parole: “il Valle ha vinto di forza”. Si intensificarono gli allenamenti, alternando la Scala Santa, salto della corda, arrampicate per il fanale a uscite in mare tirate al massimo. Come ho detto prima il sogno di Elio era fare il palio tutti i fratelli insieme, ma essendo il rifiuto di Netto totale, per non intaccare la sua attività nuotatoria, si fece ripiego a Mario Favadicane, e per timone scelsero un cugino del babbo, Vittorio Pitenia. Fisico da fantino, baffetti alla Clark Gable, Elio lo scelse perché con i capelli tutti imbrillantinati e portati all’indietro “non faceva attrito”. Dopo qualche uscita però, a Favadicane, li vennero le piaghe alle mani e al culo, cosicchè dovette sbarcare e non essendoci più Loffredo all’altezza della situazione fu imbarcato Costanzo Pietro il figlio di Vincenzo Nencini, il quale come vedremo fece la sua bella figura. Pietro aveva tre anni meno dei fratelli, ma un bel fisico e una grande abilità con il reme. Quell’anno Ferragosto giunse in un baleno. Il Valle era lo stesso dell’anno prima, meno Lucchetti che fiutando l’aria che tirava si fece da parte. Quella mattina noi ragazzini andammo allo Sconcione e trovammo Carlo alla finestra che si faceva la barba e cantava: “Stasera vincero’ vincero’ vincerooooo”!!!”. Quando scensero vestiti con la maglietta a righe li scortammo da Chiodo dove c’era Pietro che li aspettava. Dopo un po’ venne Pitenia, ed insieme a mezzogiorno andarono a mangiare da Artemia. Quell’anno alla sfilata eravamo in tanti. Più dell’anno prima in cui c’era in palio la coppa. Direi che c’eravamo praticamente tutti. No, a pensarci bene uno mancava. Colui che era stato l’artefice di tutto cio’ che stavamo vivendo: Osvaldo Consumi. Infatti era stato impegnato fino alle sette di mattina con il rimorchiatore a Genova. Prese il primo treno utile giungendo ad Orbetello alle quattro e dove trovò ad attenderlo Vincenzo Il Papetto allora suo collega che con la moto lo portò a tutta birra verso il paese.
Osvaldo si unì alla sfilata alla Cetina e fu accolto da un enorme boato, al punto tale che il Commendator Bertuzzi, Presidente Onorario del Rione, voltandosi chiese cosa stesse mai succedendo. I più vicini allora gli spiegarono che era arrivato Consumi, colui che era riuscito a riportare Carlo e Peppe alla Pilarella. Accanto alla Pace vedemmo scendere dalla discesetta della Chiesa Marcello di Fiore, in mezzo a due sgallettate servette di Roma che teneva a braccetto. Marcello aveva due profonde occhiaie, frutto delle ultime sedici ore passate rinchiuso in stanza con le due fortunate. Le ragazze, in camicia colarata su short che lasciavano ampia vista alle gambe tornite, furono lasciate in balia dei rionali piu giovani che le sollazzarono fino alla friggera del Moro. Giunti davanti al Comune i nostri vogatori furono avvicinati da Gerardo Friggemerda, vallaiolo e personaggio molto in voga in quegli anni, che disse: “Vi tocca una vasca!”. Peppe non battè ciglio e guardandolo negli occhi rispose: “Oggi vinco il Palio!”. Pietrino il Farmacista, Capitano del rione Croce, che assistette a quel botta e risposta esclamò: “Con questa risposta hanno vinto mezzo palio…”.
Partimmo male, partimmo molto male, perché al momento dello sparo il Comandante del Porto alzò lentamente il fucile e si fermò, o almeno così parve, per alcuni interminabili secondi con la canna puntata sul nostro battello. Peppe che era incaricato a guardare il battello della giuria per dare il pronti, notò la strana manovra e impauritosi mollò il reme e mettendosi le braccia davanti al volto gridò: “Oddio ci spara! Ci sparaaa!” Carlo fece appena in tempo a
gridare: “Zitto! Zitto!” che il Comandante sparò. Per fortuna in aria. Ma si erano persi ormai diversi colpi di guzzo, cosa che fece della rimonta una grande emozione. Perché la rimonta ci fu. Implacabile. Uno dopo l’ altro li riagguantammo tutti. E li staccammo. Il vantaggio aumentò incredibilmente, come mai nelle precedenti edizioni. Cecco il Montagnolo, grande e leale avversario negli anni precedenti, si avvicinò a bordo del suo kajac e gli disse di stare tranquilli che ormai avevano un distacco incolmabile. Ma i nostri non sentirono ragione, ed addirittura la giuria a mare gli ordinò di rallentare per rendere la gara un più credibile. Ma i nostri avevano in mente soltanto le parole dette l’anno prima da quel borioso e non cedettero di un centimetro e benché nell’ultima vasca, dal Moletto vogarono con una mano sola tenendo l’altro braccio alzato, tagliarono il traguardo con duecento metri sulla Croce.

Subito dopo l’arrivo, mentre i tre fratelli e Nencini si abbracciavano, Pitenia si voltò e vide Fortezza e Valle appaiate che giravano fuori. 500 metri! Giunti a terra furono presi sulle spalle dei rionali festanti e proprio sotto le scale del Comune Carlo si giro verso Peppe e gli disse: “E’ proprio vero, come si voga con il proprio rione non si fa con nessun altro…”.
L’anno dopo Carlo e Peppe tornarono alla Croce. Ma non vinsero. A vincere fu di nuovo la Pilarella. Di Toretto. Poi quella notte di Febbraio in cui il Leone era inferocito come solo lui sa essere e soffiò fino a infrangere la nostra sicurezza. La sicurezza di essere i più forti. Da quella notte non saremmo stati più così sicuri. Basti pensare che, anche se non li hanno vinti tutti loro, delle prime 19 edizioni ne abbiamo vinte ben 11, esattamnete quante dal 1961 ad oggi.
Per finire mi piace dire che quella di Carlo e Peppe è una leggenda che gelosamente costudiamo nei nostri cuori e che ci tramandiamo da padre a figlio da ormai 45 anni, perché in fondo nella Storia del Palio marinaro sono in tanti a vincere molto, però sono pochissimi ad entrare nell’enciclopedia della memoria.

ma allora non tremarono le mie mani
e i remi mutai in ali al folle volo
oltre l’ umano
La vita del mare segna false rotte,
ingannevole in mare ogni tracciato,
solo leggende perse nella notte
perenne di chi un giorno mi ha cantato
donandomi pero’ un’ eterna vita
racchiusa in versi, in ritmi, in una rima,
dandomi ancora la gioia infinita
di entrare in porti sconosciuti prima

(da Odysseus di Francesco Guccini)

ciao


In primo piano da sinistra a destra: Vittorio di Pitenia, Carlo, Elio, Peppe e Mario Favadicane.


Luglio 1959: il timoniere della Pilarella Vittorio di Pitenia presenzia alla consegna dei guzzi allo Scalo di Piazza.

 

Una rotonda sul mare il nostro disco che suona