Storie dell’altro secolo: L’ombellico del mondo

“…pensavo è bello che dove finiscono le mie dita debba in qualche modo incominciare una chitarra”

(Amico fragile – Fabrizio DeAndrè )
Tanti ma tanti anni fa, una mattina di Autunno inoltrato, era venuto per quella che lui chiamava “dall’alba al tramonto”. Si stava bene al sole, e dopo essere stati a cazzeggiare con Bazzino per un paio d’ore sotto gli alberetti di piazza, cominciammo a passeggiare verso il Molo. Lui vestito con un trence beige e borsalino del medesimo colore, testa bassa e mani dietro la schiena, ascoltava me che parlavo, parlavo, ma io sapevo che era sovrappensiero. Giungemmo davanti al suo Palazzo, senza che aveva detto una parola. Di botto si fermò. Preso di sorpresa, con l’abbrivio mi ritrovai qualche metro avanti. Tornai indietro e mi accorsi che aveva alzato gli occhi al cielo. Il silenzio durò ancora qualche secondo, poi a voce bassa disse: “Per me questo è l’ombellico del mondo”.
Fu allora che Nino si affacciò al balcone e gridò: “Cognà fra venti minuti a tavola! Pasta coi gamberi e seppie e patate!” La raganella completò il tutto. Publio Terramoccia se n’è andato, ma le sue canzoni e i suoi dipinti restano per fortuna lì dove sono, attaccati alle pareti, nei suoi cd, negli archivi, nella nostra memoria. Certo, questo si può dire ogni volta che muore un autore famoso e molto amato, scrittore, pittore o commediografo. Le loro opere si continueranno a leggere, a guardare, a mettere in scena. Ma il rapporto che la mia generazione ha avuto con le canzoni di Publio, e’ stato particolare.
Il mondo che i settantenni hanno conosciuto, sta tutt’intero e nitido, preciso, senza mai un errore o una pretesa calligrafica, nei suoi testi. Così che quando cerchiamo di ricordare com’era mezzo secolo fa una strada di Porto Santo Stefano, una notte scintillante in un rifugio durante la guerra, il ritorno delle paranze allo scoccar del crepuscolo, e la memoria viene meno, sono quelle canzoni a riportarci indietro nel tempo.
Publio nacque nel 1922 al primo piano di Via del Molo 35, da Zeurino e Teresa Loffredo. Il padre come tutti i marinai dell’ epoca stava moltissimo tempo per mare ed era compito delle mamme tirare su i figli. Teresa, detta la Scipiona, era una donna dal carattere forte. La sua casa aveva sempre la porta aperta, e gli amici di Publio erano sempre i benvenuti ed il pezzo di pane diviso fra tutti. Nel 1927 nacque Zilia, altra figura importante nella sua vita. L’ attaccamento fra i due e’ stato fortissimo fino a che la morte della sorella non l’ha interrotto. Altra presenza importante nella loro infanzia fu Alda, la figlia più piccola di Zi Gildo, che quando Teresa se ne andò, fu molto vicina e di aiuto ai due giovani. Fin da piccolo Publio dimostrò un grande talento per la musica ed il suo primo strumento, acquistato con grandi sacrifici, fu un mandolino. Sulla ventina, insieme ad altri giovani santostefanesi, fra i quali Marcello Jacovacci e Scopella, andarono a cercar lavoro in Albania, e li formarono la ghenga dei “nomi buffi” angrammando nomi e cognomi di tutti.
Quando finì la guerra un gruppo di “allegri giovanotti” si riunì per combattere la noia. Senza esclusione fra “ignoranti e dotti” si misero in società e “il Club del Prurito” eccolo quà. Il nome fu scelto perche’ al tempo i pidocchi, le zecche e le piattole superavano di gran lunga il numero della popolazione. Ma l’ armonia durò poco, perchè le feste da ballo, l’orchestrina formata dal nostro, Oreste, Bazzino, Tanacca, non piaceva a tutti. C’erano gli sportivi che decisero che la cosa non andava bene, e dissociandovi formarono il Mom.

Nel 1944 con musica di Lello Sorbi scrisse le sue prime 5 canzoni, fra cui Palio Palio, ma dello stesso anno non va dimenticata L’Arsura di Bazzino, che Publio ha sempre considerato un capolavoro ed ha sempre eseguito nei suoi recital al pari di capodomo del 1943 di autore anonimo.Gli anni di maggior vena artistica sono i settanta, dove sfornava ogni anno delle autentiche perle, a seguire gli ottanta fino alla fine del secolo scorso a cui risale la sua ultima composizione: Il barzoletto. Nel 1947 si trasferì a Roma, a lavorare per la raffineria dell’Agip, dove incontrò una bella ragazza, Renata Paoli, che divenne sua moglie e da cui ha avuto Stefano e Roberta. Se il legame di Publio verso la sua terra e’ sempre stato forte, dobbiamo dire che quello verso la sua famiglia è stato fortissimo, per questo vorremmo dire ai nipoti e alla nipotina che il loro nonno è stato veramente una Grande persona. Publio era l’allegria, l’estate non arrivava fin quando non arrivava lui. Negli anni sessanta e settanta era tutta una zaccandrella a Cala Grande. Tre o quattro viaggi, con il Maresa caricata a tappo, si tornava a buoi che si faceva fatica a scende a terra. Poi vennero gli anni sulla Marianna. Di solito si sceglieva il 9 Agosto , il giorno del compleanno di Mazzacane. Tutti i Chiodini, più la famiglia Mounier, un ingegnere dell’Agip. Una coppia fantistica con due bimbi piccoli che per anni furono parte integrante del Ferragosto Pilarellaio. Una volta sbarcati i turisti a Cala Maestra , Benedetto faceva rotta per i Grottoni, Checco e Dudù ai fornelli a preparare il caldaro e la chitarra di Publio a rallegrare la compagnia.
Quando Publio era a Santostefano assorbiva tutto. Parole, emozioni, colori. Girava per i vicoli, nei posti più nascosti. Fotografava, filmava. Poi tornato a Roma, nelle lunghe giornate invernali, metteva tutto in prosa o su tela. Come gran parte dei musicisti amava stare sulla scena, e voleva il proscenio tutto per se. Sia che fosse sul palco o ai tavolini del bar. Ricordo una mattina di Ferragosto, al Bar Chiodo assommò Mario lo Speziale. Quando lo vide lo salutò con un ” Buongiorno Maestro!” ” Buongiorno Mario!” Si cominciò a parlare di canzoni e Mario disse “Pure la Fortezza cià l’inno”. ” E faccelo sentì!”. Lo Speziale con la sua voce baritonale attaccò e Publio con la camera incominciò a filmare:
” Se l’ala del vento lieve ti carezza,
come la mano della mamma cara
scacia del bimbo l’espressione amara,
così al soffio scopri tua verde bellezza.

Come velario tolto con dolcezza
da mano di gentilezza non avara,
Stupenda come cosa tanto rara
eccoti offerte a noi Fortezza

Uomini for…..”

“Stoppe stoppe Mario! E che ce la voi cantà tutta? E mica semo dai Mattei…”
Publio il Palio mica lo guardava, per lui era un fatto marginale. A lui interessava la gente. Quando i balconi erano stracolmi di gente, lui passeggiava dal palazzo delle Marini’ al bar Giulia, per tutta la durata del Palio. Testa bassa e mani dietro la schiena. Gli orecchi e la mente lavoravano. Come un radar captavano tutto. Ogni tanto alzava la testa per guardare le espressioni, e poi del risultato finale non gli importava più di tanto, tanto se vinceva la Pilarella facevamo festa noi, se vinceva la Croce si aggregava con Bazzino, se vincela la Fortezza con Vaporino, se vinceva il Valle? Bè se vinceva il valle si andava a letto presto.
Certo il Palio di oggi non era più il “suo” palio. Tutto incominciò sul finire degli anni settanta. Eravamo da Chiodo per Ferragosto dopo mangiato. Era un pre palio fra esperti. Anche quella era tradizione. Erano i primi anni dei gavettoni. Ad un certo punto da Giulia parte un gruppo di giovani, con una busta enorme, tipo quelle della spazzatura. La portavano in 4. Arrivati davanti a Chiodo la facero partire. Fu come un uragano. Tutti fradici e la preziosa macchina fotografica di Publio andata a puttane. “Mi dovete di chi è stato” “Non lo sapemo” “No lo sapete! Me lo dovete di!” Per anni non mise piede da Chiodo.
In tutti tutti gli anni passati nella capitale, Publio era diventato il punto di riferimento di tutti i Pilarellai. Quando qualcuno doveva recarsi a Roma per qualsiasi motivo, bello o meno, sapeva che Publio era li. Bastava una telefonata la sera prima, e non ci sarebbe stati impegni di lavoro. Al binario di arrivo eccolo lì ad agitare la mano. E poi con la macchina lo portava a destinazione. Pranzo di rito in trattoria romana, le tipiche Hosteria, quelle con i capocolli attaccati al soffitto, e poi di nuovo al treno.
La generosità di Publio si vedeva nel come regalava i suoi quadri. Glielo dicevo: Non li regalà. Sono belli, ma se li regali, la gente pensa che non valgono” Per risposta, un alzata di spalle. Se il Publio autore, era diciamocelo, allegro, spensierato, barzellettiero, il Publio pittore si trasformava. Diventava di colpo serio mentre spiegava le sue opere e non ammetteva battutine. Publio era uno di quegli esseri che tu non pensi che possano mai finire. Uno di quegli uomini che hanno ricevuto il dono di una giovinezza eterna. Non la giovinezza dell’irruenza, delle forme, del fisico, ma quella più sottile e acuminata dello sguardo e dello spirito. I lavori di Publio che ho sono in compagnia di poche cose preziose: con le commedie di Eduardo, i fil di Cassavetes, di Totò di De Sica, con i libri di Michael Crichton, di Alfred Van Voght e di Henry Laborit, con i dischi di Caetano Veloso, di Joao Gilberto e Stan Getz, di Miles davis e di Charlie Parker. Ora lo rileggerò per conto mio. Cercherò di riascoltare quella particolarità della sua voce. Mi rileggerò quelle canzoni, in cui parla di stroppoli, di rondini, di amore per la vita. Grazie a questa fede, a questo incondizionato, amore per la vita, i poeti non muoiono mai del tutto. E Publio Terramoccia rimarrà, eterno ragazzo e antico sapiente, vicino a quelli che credono ancora nel valore dello spirito e nella dignità dell’uomo.

Il grande mistero della vita è il non sapere cosa ci sia nell’ aldilà. Ma di una cosa sono sicuro, se un giorno Publio tornerà a nasce, nel cielo, sopra alla villa del Viti, alla cicogna come l’altra volta dirà: “Ora scendo!”.

“…e poi se la gente sa,
e la gente lo sa che sai suonare,
suonare ti tocca per tutta la vita
e ti piace lasciarti ascoltare…”

(Il suonatore Jones – Fabrizio De Andre’ )

ciao

Una rotonda sul mare il nostro disco che suona