Giudizio Universale: Quando…

Quando i pomodori avevano un sapore

Quand’ero ragazzo, passavo le lunghe vacanze estive pricipalmente al Moletto. Scendevo giù verso le nove e mezza, trovavo a M., N, P, e gli altri.

Mettevimo la roba sotto il fanaletto, solo P. l’appoggiava sulla barca del suo nonno per paura che ce la fregassero. Prima tappa, sanguzzata dallo scoglione, poi tutti alla boa. Verso mezzogiorno, quando pure le bimbe erano arrivate, facevamo la chiama dal blocco. Poi verso l’una, dopo essermi sciacquato i piedi alle scalette, tornavo a casa, nella parte alta del paese. Con la gioiosa ed ansiosa velocità della giovinezza, risalivo 222 ripidi scalini. Correvo. La prima rampa era la più dura. Poi c’era un lugo vialetto per riprendere fiato, e poi altre scale, più larghe. Arrivato in cima c’era un vecchio palazzo in rovina, dove al pianterreno abitava un mio vecchio zio, il fratello della mia nonna. Zi’ Meco. Viveva solo. Nell’ atrio dipinto di calce bianca come una mosche del Sahara, non c’era quasi niente. Ricordo su una mensola una vecchio rasoio, un pennello da barba, un bacile, e uno specchietto che usava per radersi. Quando arrivavo davanti alla sua porta, sempre aperta, stava pranzando. E mi invitava con un sorriso dolcissimo: “Nipò vuoi favorì?” Era un gesto puramente simbolico, che apparteneva alla sua grande educazione, perché ne lui voleva separarsi dal suo poco cibo, ne io volevo intingere la forchetta in un baccile che assomigliava pericolosamente allo stesso che usava per insaponarsi prima di farsi la barba. Non mangiava mai ne carne ne pesce, forse perché costavano troppo. Il suo pranzo era sempre e soltanto il condiglione, vale a dire, cipolla, basilico, peperoni, insalata, qualche oliva, qualche acciuga e sopratutto POMODORO. Quasi tutto era stato da lui stesso coltivato nella sua piccola fascia di cinquanta metri di terra che possedeva sopra Cala Grande. Li passava tutti i giorni che il tempo permetteva. Estate o Inverno. Partiva prima dell’alba e tornava per mezzogiorno. Sempre a piedi, e mai di pomeriggio… Il tempo lo passava a rafforzare un muretto, a spostare un masso, a livellare il terreno, piantare canne, annaffiare i suoi buonissimi pomodori. In quegli anni il pomodoro era per me il cuore del mondo. Ma non la salsa, o quello di riso, che sono già degerazioni, ma il puro pomodoro condito con olio e sale. Lo mangiavo senza stancarmi mai. A morsi. Il pomodoro era il frutto supremo della nostra terra: indorato, accarezzato amato dal sole che ne formava dentro la polpa sostanziosissima, dove affondavo i denti, la buccia delicata, i semi, il profumo squisito, il colore degno dei più grandi pittori dell’ epoca. Quando lo mangiavo mi sentivo penetrato dalla sostanza del sole, trasformato in una pianta. Oggi i pomodori sono morti, come è quasi morta la pittura. Spero che la morte di quest’ ultima sia temporanea, che prima o poi nasca un nuovo pittore che ci faccia vedere qualcosa di sublime, ma temo che quella dei pomodori sia irreversibile. Guardateli. Hanno tutti la stessa forma: mentre il vero pomodoro ha forme diverse, complicate, con spaccature e talvolta di aspetto barocco. Con la morte del pomodoro abbiamo perduto moltissimo, assai piu’ di quanto sospettiamo. Una volta il succo la polpa ci irrorava il cervello, così come il sole irrorava il pomodoro. Io non ho la minima vocazione per gli affari: se fossi amministratore delegato delegato di un azienda la farei fallire in quattro e quattrotto, fosse pure la Microsoft di Bill Gates. Ma dico: non ci sarà un giovane imprenditore, che ne so, mi viene in mente il nome del Mommo, capace di far rinascere i pomodori? Non ci vogliono molti capitali, solo degli eccellenti semi, poca acqua, sole, diligenza, attenzione, precisione, accordo con qualche super mercato. I veri pomodori hanno un grande pubblico: quasi come Pilarella.com. Pensaci Mommo e fammi sapè. In piccola parte potrei contribuire al finanziamento. Come molti, sarei disposto a pagare i veri pomodori, almeno venti euro al chilo.
Dimenticavo: Zi Meco è morto a 95 anni. Alla vigna. Mentre annaffiava i pomodori.

Altre puttanate:

Gemelli diversi: Keith Richards (Chitarrista Rolling Stones) – Loffredo Romano (Geometra)

La scorsa settimana sono andato a Genova per lavoro. Sono entrato in macchina con il mio astuccio di 48 cd. Ho pensato: ora me li sparo tutti. Per incominciare mi so detto: apro a caso, quello che viene viene. The best of Weather Report. Non l’ ho più levato. Quando finiva lo facevo ripartì.

“Marcello! Marcello ! Come here!” (Anita Ekberg a Marcello Mastroianni in “La dolce vita”).

E’ vero, mare come quello della Sardegna non ce ne. Certo è cara. Bisognerebbe essere amici di Berlusconi ed andare a Villa Certosa con tanto di vulcano. Oppure avere un parente che lavora sui traghetti e ti da la cabina per dormì, mentre lui è di guardia e intanto cerca di rimorchià le turiste. Oppure avere il marito panfilista, che ti fa andà a bordo quando i padroni non ci so. Oppure sposà uno o una sarda cosi vai a trovà i parenti e mangi il formaggio, l’agnello e bevi cannonau a gratise. Ah come è bella la Sardegna!

Chi non ha avuto la fortuna di ascoltare la voce di Franco Musella e di Demetrio Stratos, non sa quello che si è perso. Può sempre rimediare acoltando un vecchio disco degli Showmen e degli Area.

Leggo di volontà di cambiare il Palio. Tutte cazzate. I rioni sono 4 e 4 devono rimanere. Magari si può fare una prova ad accorciare il percorso. 2.500 metri. Ma mi chiedo e vi chiedo: “Ha ancora senso chiamare un Rione: Pilarella?”. La Pilarella va dai Cannoni alla Capitaneria. Ormai ci stanno tutti forestieri. Il Consiglio è composta quasi da nessuno che abita li. Io lo chiamerei: Pianetto. Passerei le vittorie a questo rione. Anche i colori e i confini. La cena la farei nel cortile dove il condominio di Merenda, la bindolata di fori le Zanne, la controtavolata alle palazzine di Rinaldo Badoglio. Si mi sa che Pianetto va bene. Ma basta Pilarella, che non c’è rimasto più niente.

kaira
nanni