Storie dell’altro secolo: Bar Chiodo

Ci sono alcuni luoghi che, per i Pilarellai, erano e resteranno mitici, posti che al di la’ della loro natura, hanno assunto un significato più ampio, più grande, nel quale i sentimenti si sono mescolati negli anni alle vicende del Palio e agli amori estivi, alla realtà e alle memorie. Di certo tra questi luoghi c’è il Bar Chiodo. Chi ha vissuto gli anni d’oro sa che non c’è mai stato un ritrovo che ci ha più rappresentato, un luogo del cuore, un posto dell’anima, in cui tutto ci era permesso e non ce n’era per nessuno.
L’entrata del bar con la sua caratteristica insegna divenne un luogo di culto, dove quelli del Molo, si ritrovavano per decidere le sorti del Rione. Ed è stato anche l’unico locale del paese da cui i clienti più assidui hanno preso il nome.
Erano conosciuti infatti come: Chiodini. Ante guerra il locale era adibito a frasca ed era di proprietà del Sordino, una persona molto irascibile capace di andare su tutte le furie per una semplice fesseria.
Era frequentata sopratutto dai pescatori di tonni che abitavano le stanze sopra e che non vedevano l’ora che veniva sera per poter affogare la nostalgia dalla casa lontana dentro un litro di vino. Non essendo sposato, il Sordino era molto affezzionato ai nipoti, Bartolomeo, Angiolino e sopratutto Laura Fanciulli.
Quest’ultima era una bella ragazza sui vent’anni, non tanto alta ma con due pocce notevoli. I capelli erano lunghineri tenuti sempre in ordine ed abbelliti dai più svariati fermagli. Aveva una grande passione per il trucco, ragion per cui passava molto tempo davanti allo specchio a spalmarsi il viso di cipria, pittarsi le ciglie di nero e le labbra di rossofuoco. La voce era calma ma, allo stesso tempo calda e sensuale. All’improvviso la sua vita fu messa sottosopra da un vero e proprio uragano, che non veniva dalle lontane Americhe, ma dalla più vicina e meno esotica Civitavecchia e che, come tutti gli uragani che si rispettino aveva un nome di persona: Renato. Renato Chiodo classe 1918, professione ferroviere arrivò in paese per visitare alcuni parenti. Di statura media con due gambe che parevano due stecche da quanto erano magre. La faccia da simpatico gaglioffo, su cui risaltavono un grosso neo sulla parte destra e un paio di baffetti che ne avrebbero caratterizzato l’esistenza. I capelli lisci e neri come la pece, li portava con un’ampia riga sulla destra. Parlava e parla ancora oggi, ben 65 anni dopo, con un forte accento civitavecchiese. I due giovani presero a frequentarsi anche se, il Sordino, che sognava un partito migliore per la nipote, proprio non lo poteva vedere, anzi non passava giorno che non lo minaccisse di sparargli con il fucile.
L’inizio della guerra purtroppo divise la giovane coppia, infatti Renato fu arruolato nel Gruppo Incursori della Marina e nel Giugno 1941 prese parte alla sfortunata azione di forzamento della base Inglese a Malta, nella quale fra i tanti perse la vita Teseo Tesei. Chiodo fu fatto prigioniero ed insieme ad altri portato in Inghilterra. A questo periodo risale uno degli anedotti che frequentemente raccontava nelle lunghe giornate passate dietro il banco del bar. Sosteneva infatti che, terminata la guerra fu ingaggiato come portiere dalla squadra di calcio del West Bromwich e che un giorno si trovò di fronte il Blakpool guidato nientepopodimenoche’ dal fuoriclasse Stan Mortensen:”Er refree je dete un rigore a favore”.
Mortensenne prese na breve rincorsa. Io nu me mosi. Lo guardai fiso ne iochi. Suje sparti nun se sentiva vola’ na mosca. Quano carcio’ me butai destinto all’incrocio de pali e blocai. Mortensenne me vene vicino e me dete er cinque. Er publico ‘n piedi nune smeteva mai de aplaudi'”. Di ritorno dalla guerra Renato continuò a giocare come portiere nella squadra dell’Argentario, e sopratutto si sposo’ con Laura, andando ad abitare nella casa del Sordino dietro la Piazza.
Come regalò di nozze, lo zio regalò la fresca alla nipote, e i due lo trasformarono in bar. Bar Chiodo.
Eravamo nella seconda metà degli anni quaranta, ed a quel tempo, l’altro bar del Molo, il Giulia, aveva già trentanni di storia alle spalle ed una clientela affezzionata formata sopratutto da anziani e gigliesi in transito, ragion per cui i giovani, che uscivano dalle brutture della guerra ma con ancora nelle orecchie il rombo degli aereplani che sbucavano da dietro i Palazzi del Molo per andare a bombardare i depositi pieni di munizioni, scelsero questo nuovo locale come ritrovo.
In quegli anni i pescherecci ormeggiavano alla Pilarella, e questo fece che, i primi frequentatori furono i giovani paranzellai che appena potevano si rifugiavano dentro per una partita a carte. La coppia più brava era formata da Bruno Pirunzolo e Gennaro De Simone. Imbattibili. Si giocava sia nella sala principale che in quella di dietro. In palio piccole cose ma di alto valore simbolico. Una bevuta, il caffè, le carammelle per i bimbi. Tanti di
loro non sono più fra noi, altri abitano fuori, qualcuno frequenta altri locali o la moglie non gli dai soldi per frequentare il bar. Di quella prima ondata mi piace ricordare, Augusto Scottino, Luigino, Mazzacane, Marcello e Giacomo Rossi, Linguaccia, Nino Boschetti, Enzo di Maria della Bionda, Giacone, gli Olivetti, i vallaioli Moriani e Giovannino Pelosa, Castaldi ed altri che dimentico. Poi il Chiodino per eccellenza, colui che è rimasto fedele nei secoli. Infatti il Bar Chiodo e Dudu’ sono “muro ed edera”, un tutt’uno che sopravvive alle generazioni e ai cambi di gestione.

Con l’avvento della televisione un rappresentante della Vecchia Romagna ne offrì una a Renato, a patto che acquistasse una certa quantità di bottiglie, o è meglio dire, una grande quantità di bottiglie, una gran parte delle quali fù messa nel magazzino che si trovava in Via Iacovacci, dove oggi è l’ufficio di Gigi Schiavi. L’incauta spesa fu per molti anni motivo di dissidio fra Renato e Laura, che non faceva passare giorno senza ricordalo al marito. Per smaltire tutte le bottiglie ci vollero diversi anni, anche perchè l’acquirente era uno soltanto: Letto il Pilombo. Ma ciò che importava era che la televisione era li, nell’angolo in alto della saletta interna. I sabato sera i giovani si ritrovavano davanti alle coscie di Abbe Lane, e ciò procurò non pochi problemi a quelli fidanzati, che dovevano inventarsi le scuse più improbabili per giustificare il ritardo con cui si presentavano “a fare l’amore” a casa delle fidanzate.
Proprio a cavallo di quei due decenni la famiglia Chiodo si allarga, con la nascita di Aldo, da subito ribattezzato Chiodino. Eravamo ancora nel dopo guerra, e in quelle estati cominciarono ad arrivare i primi villeggianti. Pochi ma buoni. Per affrontare l’aumento della clientela i gestori si attrezzarono assumendo dei camerieri improvvisati. Al Chiodo le serate di Agosto erano allietate sopratutto dal servizio di un giovane paranzellaio tutto sciugnato all’indietro, baffi curati, pantaloni di tela d’africa, camicia bianca con papillon. Non era il suo mestiere, ma la classe che aveva dentro gli permetteva di svolgerlo con grande disinvoltura. Si trattava di Nino Caiola.
Davanti ai clienti si presentava con il vassoio sulla mano destra e un tovagliolo sul piegato nel braccio destro. Una volta serviti, e vuola’, l’inchino. Altro popolare cameriere agli inizi degli anni sessanta è stato Pino Raglia, che veniva a lavoro quando ci teneva voglia. Un 15 d’agosto alle due del pomeriggio disse che non poteva venire. Vi immaginate il caos. Poi al passaggio della Refola, Chiodo lo vide passare mentre suonava il suo caratteristico strumento. “Sto vaggabbondo!” Dietro al banco ad aiutare c’era una cugina di Laura, tanto graziosa quanto timida. Chiodo si mise in testa che se la doveva pipà e li dava morte e passione. La poveretta non sapeva a quale santi affidarsi. Di dirlo alla cugina neanche a parlarne perchè non voleva darle un dispiacere, allora un giorno decise di sparire e si fece suora. Negli anni sessanta ci fu un altro cameriere molto bravo. Credo fosse di Orbetello. Basso, riccioli neri, portava degli occhiali con la montatura di tartaruga che facevano tanto Peppino di Capri, all’ora all’apice della fama. Ai paranzellai si aggiunse un gruppo di giovani acculturati, dei veri dandy. Erano impegnati nel sociale, leggevano l’Espresso quando era ancora a forma di giornalone, non si perdevano uno spettacolo al Siluripedio. Camicie scozzesi con giacche e pantaloni di velluto.
Immancabile il foulard al collo. A loro si unì un giro di maestrine e professoresse venute da lontano, per come lontano potesse essere Pisa o Firenze. Alcuni nomi? Silver, Andrea, Billy, Mauro, il Comparetto, il Seppione, il Turco, Nucci, ma su tutti un altro mito dell’epoca: Giancarlo Biagianti. Professore di Matematica, venne dal senese, ed abitava in Via Cappellini insieme al babbo e alla mamma, altra figura di notevole spessore. Smilzo. gli orecchi rosicati, occhietti da lince, camminava a scatti ma a piccoli passi. La parlata era afflitta da una leggera balbuzie. Intelligente e molto simpatico, passeggiava per il paese ci fosse anche la più pungente delle tramontanate, sempre ben avvolto dentro la sua pelliccetta. Le nazionali senza filtro, non le fumava, se le mangiava. Ricordo che i primi tempi si rivolgeva a Chiodo dandogli del lei o chiamandolo Renato, al contrario di noi tutti che lo chiamavamo tutti Chiodo.
Un giorno, non ce la fece più e chiese ad Andrea: “Ma non si incazza se lo chiamate Chiodo”. Quando capì che era il cognome disse: “O che nome è Chiodo?”. Renato i baffi se li tagliava soltanto l’ultimo giorno di Carnevale quando si mascherava da Gheisha battona, e faceva in su e giù per il Corso, senza essere mai riconosciuto. Laura invece passava i pomeriggi invernali a chiacchera con le cugine alla pizzeria di Ballaccia. Altri clienti affezzionati erano tutti i Cilli, che essendo i cugini di Laura speravano in qualche trattamento di favore, che poteva essere un gelato più grosso, meglio se gratis. Con il boom economico, finì il dominio assoluto del Bar Giulia ed il Bar Chiodo poteva tranquillamente considerarsi alla pari. Ogni estate Laura ed Andrea si sfidavano a chi faceva il gelato più buono. Un anno vinceva uno, un altro l’altra. La quantità richiesta era enorme, e a quei tempi non c’erano nè le macchinette nè le polverine. Era tutto un lavoro di gomito. E con la vecchiaia hanno tutti sofferto di dolore al braccio, dando colpa ai tanti gelati fatti.
Ancora oggi, il vero Pilarellaio ripete quella specie di gioco. Prima di decidere assaggia entrambi i gelati, per poi decidere, quale sia il migliore. Forse è un modo per ritornare indietro nel tempo, e sentirsi un po’ più giovani.
Nel frattempo Aldo cresceva e prendeva il diploma da meccanico motorista all’Enem sotto la guida del Sor Pisella. Era molto bravo al tornio, ma tutti gli dicevamo: “Tanto te mica ci vai a naviga’…te ciai il barre…”. Laura si inventa nuove specialità che per la prima volta vengono scritte sulla tenda di fuori. Uova al tegamino, affogati all’amerana, Spaghetti di gelato, granita di caffe’ con panna. Giulia rimane indietro, e astutamente vende il Bar a Marsilio il Portercolese. E proprio in quel periodo che Aldo si fidanza con una bella ragazza di Sant’Andrea di nome Fiorella, che viene messa subito a servire i gelati. Al Bar Chiodo c’era più gente che al Caffè de Paris, ragion per cui tutto l’equipaggio fu rinforzato. Aldo maestro di Casa, come primo camerire fu assunto il fratello di Fiorella, Fufi, ai cui ordini rispondevano tre giovincelli: Giovanni di Tomasino, Giancarlo Metrano da tanti anni commesso da Pelio e Massimo Bobbe. Tutti vallaioli. Laura nel laboratorio e Renato naturalmente alla cassa che si trovava all’entrata sulla sinistra. Dietro il banco all’acquaio delle tazzine del caffè c’era Ada. Bionda con gli occhi celesti, ara la zia dei Claudini e di Stefano il Genovese. Aveva la forza di una lottatrice di Sumo. Da ferma sospendeva tre cassette di plastica, una sopra l’altra piene di birrini, e le trasportava dal magazzino al bar senza fatica mostrar. Nel tardo pomeriggio i rionali si sedevano di fuori all’angolo destro ed aspettavano l’uscita del guzzo.
I timonieri erano in preda al terrore di sfilare davanti a quello specchio d’acqua, per il timore di essere processati. Ogni sera si ripeteva una specie di Processo del Lunedì con Consumi nei panni di Biscardi. Il 15 a mattina poi, si ripeteva quella che oggi è chiamata “bindolata”. Si faceva lì sotto la tenda di Chiodo, una cosa più alla buona, un pezzo di musciame e tanto vino. A mezzogiorno il tempo di andare a mangiare e poi di nuovo al pezzo. I tavoli si riempivano di rionali adornati di scudetti e coccarde, cazzerole e pitipù. Ogni tanto un gavettone. E poi i festeggiamenti dopo le vittorie. I vogatori venivano portati a spalla davanti al bar, dove c’erano due grosse baie colme di ghiaccio e bibite messe a dispozione del Rione, per tutti quelli che lo volessero. E a stappare le bottiglie c’erano loro. I Chiodini. Memorabili le soste della Refola, che portavano tutto a pagliolo. Poi giungevano i lunghi inverni e le miti primavere. Come in ogni bar, c’erano i clienti fissi.
Io ho sempre preferito il Bar Chiodo al Giulia. Più intimo, tutto sotto controllo. Ricordo i pomeriggi passati alla solina con Nucci che pazziava e il Turco a lucidare l’Alfetta bianca con la portiera aperta e lo stereo a palla che mandava la voce di Dalida: “Arriva Giggi l’amoroso il rubacuori con il sorriso affascinante…”. Nel mentre arrivava il Cavaliere e faceva il coro.
Quell’estate insieme a Fiorella fu assunta ai gelati una ragazzina in miniatura. Molto graziosa, sembrava a Maria Carey. Era il tempo quando nel tardo pomeriggio il Capellone e i suoi amici arrivavano dalle loro scorribande e posteggiavano le potenti moto dove oggi ci sono i tavoli di Gigetto.
Carichi di appetito come un ventenne puo’ avere. Un paio di pizze da Chiti, un gelato da Chiodo. Ma quella ragazza rimaneva incantata a guardare un giovanotto, basso con un viso su cui spiccavano due baffoni e sopra un bel naso. Capelli lunghi e fazzoletto rosso legato al collo come i cow boys. Era Santi. Santi Pappone. Oggi che sono una coppia consolidata chissà se ricordano ancora quei romantici pomeriggi. Intanto Laura e Chiodo lasciata lasciata la casa sopra la Piazza, andarono ad abitare al Molo, nel Palazzo di Bisio in affitto da Nino De Pirro. Ma in quel periodo un ruolo importante lo svolse il magazzino di Via Jacovacci. Infatti Laura, ogni mattina verso le undici usciva di casa e vi si recava a cucinare il pranzo per il marito ed il figlio, ma a volte ne approfittava anche qualche cliente più affezzionato come poteva essere Mauro il Velaio grande amico di Renato. Parlando di quegli anni non si puo’ dimenticare Geo. Il bassotto nero di Renato. Era sempre nel bar, e quel sudiciume di Aldo gli insegnò a saltare sulle gambe dei clenti, in modo tale che gli lasciasse i segni delle unghiette sui pantaloni. Immaginatevi le arrabbiature. A volte qualcuno lo prendeva e lo portava a fare una passeggiata al fanale e una volta svoltata la Capitaneria gliela faceva cacare prendendolo a bastonate. Il Bar Chiodo ha sempre avuto la caratteristica di aprire tardi la mattina. Oggi come allora. Chiodino e Fufi dormivano nel magazzino e verso le dieci i clienti, stufi di passeggiare su e giù la padena, si armavano di mozzino ed andavano fuori alla saracinesca e con forti colpi li buttavano giù dalla branda. Quando arrivavano incazzati e con gli occhi gonfi cominciavano a fare le pulizie da cima in fondo, ma quando a mezzogiorno arrivava Renato, dopo essersi fatto il caffe, prendeva lo straccio e incominciava a lucidare sopra quello che avevano fatto loro, mandandoli in bestia.

Due sono state le grandi passioni di Chiodo. Le donne e la Juve. Ricordo un pomeriggio d’estate quando passò una signora avvolta in un tubino che le fasciava tutto il corpo. Nelle mani un cane a guinzaglio. Renato si alzò di scatto dalla cassa, e sulla porta disse: “A sorconaaa!”. La donna si fermò di colpo e girandosi esclamò: “Ma come si permette? Io la denuncio!”. Chiodo non si perse d’animo: “A signo’, ma che ha capito? Io decevo a mi moje. Stia a sentire… A sorconaaa!”. Laura che c’era abituata e aveva seguito tutto, da dietro il banco alzò la testa e disse: “Dimmi Renato…” “Ha visto? Che le posso offrire un gelato?”.
Naturalmente per quanto riguarda le donne ci fermiamo qui, non si puo’ approfondire ed allora passiamo all’altro amore della sua vita. La Juventus. Beh, la Juventus a Porto Santo Stefano è Chiodo, tutti gli altri vengono dopo. Non se ne offendino. Amico di Giampiero Boniperti da tempi immeborabili, già negli anni sessanta andava spesso a Torino spesso per le partite di Coppa.
Proprio sul finire di quegli anni al Molo ormeggiava il Perry, un panfilo comandato da Bruno, il babbo di Maurizio e Ielo che stanno in via Monte Suello, e con a bordo Amerigo Malizia. A bordo come ospite c’era Francesco Morini detto Morgan, valoroso stopper della Nazionale e della Juve di Vikpalek e Parola. Il presidente bianconero si raccomandò con lui di andare al Bar Chiodo a portare i suoi saluti al proprietario. Quando Renato lo vide entrare non credeva ai propri occhi, e fra i due nacque una grande amicizia che dura ancora. Quando Morini entrava nel Bar, fosse anche Ferragosto, Chiodo abbandonava la cassa e se ne andava prendendolo a braccetto, lasciando Aldo e Fufi a smoccolare nella bratta.
Negli anni Settanta, d’inverno era più il tempo che passava a Villar Perosa che al bar. Sapendo che Altafini era ghiotto di ananas, prima di imboccare la salita di Cachino direzione Torino, si fermava da Cesarino e caricava la Simca di quei frutti tropicali. Giunto a destinazione andava alla ricerca del brasiliano, e una volta trovatolo li consegnava le chiavi della macchina dicendogli: “Josè, va che c’è una soprpresa per te”. Altafini e Zoff erano molto legati a Chiodo, e erano a conoscenza della sua “voglia matta”. Un giorno in ritiro, mentre pranzavano, entrò una gnoccona della miseria. I due la chiamarano, e all’orecchio gli dissero qualcosa. Dopo un po’, la donna avvicinò Chiodo, e non passarono che un paio di minuti e i due si appartarono. Ma l’incontro fu breve. Chiodo tornò infuriato: “A me ste cose non se fanno. Le ho messo la mano tra le cosce, e ho afferrato du cose mesce come li mortacci vostri! A stronzi! Quando morì Gaetano Scirea i telegiornali mostrarono le immagini del funerale, ed in chiesa in prima fila tra l’Avvocato e Boniperti c’era proprio lui, Renato Chiodo. Un giorno d’Agosto quando avevano già lasciato il bar, Renato incontrò Boniperti, e verso mezzogiorno al momento di lasciarsi, il presidente gli disse di salutare la moglie. Al che, renato rispose: “A Giampie’ ma perche’ na vieni a saluta’ te. Sa Laura comme sarà contenta. Così vedi pure la casa nuova che se semo fati”. Dopo tante insistenze Boniperti accettò. Arrivarono che era l’ora di pranzo e indovinate cosa aveva preparato l’ignara Laura? Brodo di carne. Ora vi immaginate, Neghelli, 35 gradi all’ombra, Chiodo e Boniperti a parlare di calcio mercato davanti ad un brodo bollente? Ma quelli erano anche i pomeriggi che essere in Piazza significava sopratutto pallanuoto. Le sedie si giravano automaticamente verso il Messico anche per guardare un semplice allenamento, figuratevi il sabato giorno dell’incontro ufficiale. Tavolini e banchina adiacente erano ricolme di centinaia di persone a fare un tifo infernale. A metà tempo Sergio Malizia passava con il piattino pronto ad infamare chi ci metteva poco o niente. Sul finire degli anni settanta Renato decise che era arrivato il momento di vendere anche perchè Renato e sopratutto Fiorella che nel mentre era diventata sua moglie se la sentivano di portare avanti la maggior parte del lavoro. Laura era meno propensa, ma alla fine mise la firma. I due si trasferirono a Neghelli, e i primi anni Renato andò a fare i gelati da Oreste, mentre il pomeriggio Laura lo passava alla Pizzeria di Ballaccia in compagnia delle cugine. Dopo qualche anno Laura morì e Renato tornò a Porto Santo Stefano, al Fortino.

Stessa storia, stesso posto, stesso bar
stessa gente che vien dentro consuma e se ne va
non lo so che faccio qui
esco un po’
poi me ne andro’ a casa mia
cosa vuoi
il tempo passa per tutti lo sai
nessuno indietro lo portera’ neppure noi
Gli anni d’oro del grande Real
gli anni di Happy days e di Ralph Malph
gli anni delle immense compagnie
gli anni del motorino sempre in due
gli anni di che bello erano i film
gli anni dei Roy Rogers come jans
gli anni di qualsiasi cosa fai
gli anni del tranquillo siam qui noi.
(Gli anni – 883)

Il bar nel 1981 fu venduto a Siro e a Genio Cuccitella, ma solo la licenza in quanto il locale resta tuttora di proprietà di Chiodo. Siro lo acquistò per dare qualcosa da fare ai figli, i quali però mollarono tutto dopo qualche mese lasciando Genio padrone di tutto. Cuccitella all’epoca era un giovane poco piu’ che 35enne. Gran lavoratore con un passato da gestore di lavanderia e di cameriere su navi da crociera. Molto alla mano, legò subito con lo zoccolo duro della passata gestione che continuò a frequentare il locale. I vari Peppone, Nucci, Giggi, Baciccia, Mauro, Pasquale ai quali si aggiunsero un folto di giovani ventenni che passavano la maggior parte del tempo a giocare ai cavalli. Dietro il banco fu assunto un ragazzo simpatico, Stefano Fraschino, che rimase fino a quando Cristiano, il figlio di Genio, finì il servizio militare ed inizio a lavorare. Il tutto agli inizi anni ’90. Gli anni di Erico il Regista ampiamente raccontati in un’altra storia.
Tanto Chiodo è Juventino così Genio è milanista. Però non ho mai visto Billy Costacurta frequentare il locale, tantomeno credo che Galliani abbia mangiato il brodino a casa sua. Nella bella stagione Aldo non perde occasione di portare il babbo nel suo vecchio bar. Quasi novant’anni, pantaloncini e canottiera bianca su cui risalta il catenone d’oro, solito accento civitavecchiese, i baffi tutti bianchi, la faccia da schiaffi di sempre che quando passa una bella donna, si volta ancora e dice: “Anvedi che sorca!”. La scorsa Estate, ogni giorno ripeteva: “So’ sceso per venì a trova’ Wartere. Ma Wartere nun c’era. E’ anato a Civitavecchia”. E tutti a ripetere: “Wartere nun c’era…” Riesce ancora a fare tendenza. Di Palio si parla ancora oggi. Forse anche di più. Ma di un’altro rione di cui è diventato addirittura la sede riconosciuta. Non nascondo che per me, la “perdita” del Bar Chiodo è della stessa gravità della costruzione del Mausoleo. Ditemi voi cosa è rimasto di Pilarella. Niente. Solo l’edera attaccata al muro…..

Ventimila…
Quarantamila …
Sessantamila …
Centomila …
Un milione …
Due milioni …
Tre milioni …
Quattro milioni …
meerda!

Buongiorno eh…
Cinquecentomila su Barbablu’
Se poi gioco anche questa accoppiata Barbablu’ con
Rommel
Cinquecentomila… si…
Senta e poi gioco ancora Centomila… su Barbablu’
naturalmente…
si…
meerda!

Buonasera caro…
Dunque io adesso…
Batto lo zero…Centomila sullo zero…ecco…
E poi gioco cinquecentomila sull’uno
Colpaccio… Cinquecentomila sul due…
Si…eh…cosi’…dunque riassumiamo…
Mille sullo zero…
Cinquecento sull’uno…
e cinquecento sul due…
eh……..

(Il giocatore – Piero Ciampi)

ciao

Una rotonda sul mare il nostro disco che suona