Storie dell’altro secolo: La S.E.A. AI TEMPI DEL JUDO’
L’ I.R.I. (Istituto per le Ricostruzioni Industriali), e’ stato un ente pubblico italiano, fondato nel 1933, per salvare le banche e le industrie che, dopo il 1929, non se la passavano bene. Nel 1937 venne trasformata in ente permanente gestendo le partecipazioni statali nei campi strategici, dall’acciaio alle autostrade per finire ai piccoli cantieri di paese, segnando la storia dell’economia italiana. Divenne praticamente il fulcro dello “Stato imprenditore”, controllando gran parte dell’economia del Paese, promuovendo l’industrializzazione del dopoguerra. L’IRI ha sostenuto i privati in Italia agendo come “salvatore” delle grandi e piccole imprese in crisi tra gli anni ‘30 e ‘70, acquisendo partecipazioni azionarie di maggioranza in settori strategici, impedendo cosi’ il fallimento di aziende private, risanando i loro bilanci ed assicurando investimenti infrastrutturali, evitando quindi crisi occupazionali. In pratica l’ente investiva massicciamente nei settori base che i privati non potevano sostenere da soli, fornendo a prezzi molto agevolati i materiali necessari alle società private.
In alcuni casi, l’IRI, istituiva uffici dedicati per gestire la ricostruzione e le attivita’ industriali in specifiche aree geografiche ed, essendo Porto S.Stefano il secondo paese italiano, piu’ raso al suolo dopo Montecassino, ne ebbe uno di diritto. Nell’ambito dell’IRI lavoravano numerosi geometri che venivano assunti con un concorso pubblico. Lavoravano prevalentemente come tecnici di cantiere, assistenti alla direzione lavori o nelle gestioni immobiliari e impiantistiche e tutto questo faceva che, i costruttori imprenditoriali di paese cercavano di ottenerne i propri favori. Eravamo all’incirca nella metà degli anni Cinquanta quando, nel nostro comune venne mandato un giovane geometra proveniente da Sora, un piccolo paese della Ciociaria. Il suo nome era Giuliano Di Pede. Di media statura, collo taurino su spalle e tronco notevoli. Ciglia forti ma capigliatura che evidenzia una precoce calvizia nella parte centrale del cranio lasciando pero’ folte le parti laterali. Venne molto presto a contatto con la parte imprenditoriale del paese con cui si tratteneva spesso al Bar Fuga all’ora dell’aperitivo serale. Dopo qualche anno entro’ in societa’ con Checco formando la S.E.A. (Società Edile Argentario) che aveva sede in piazza proprio sotto l’abitazione del noto costruttore. Nonostante l’amicizia Di Pede ha dato sempre del lei al collega e Checco mi raccontò che un pomeriggio gli disse: “Vado un attimo da Oreste per un caffe’. Vuole venire a farmi compagnia?” Checco rifiutando lo ringrazio’ e lo rivide dopo una decina di giorni. Nessuno sapeva dove fosse.
A Sora aveva ancora gli anziani genitori ed una sorella, di nome Pasqua, alla quale era attaccato profondamente e che andava a trovare ogni mese. Lei aveva un negozietto di generi alimentari ma che fungeva anche da erboristeria e, quando tornava, riempiva la sua Alfa Romeo di formaggi, capocolli, salami ed intrugli vari.
Da subito cerco’ con successo di entrare nel sociale paesano. Abile giocatore di Bridge e, nel 1970, nel terzo anno della rifondazione della Società Sportiva Argentario partecipò alle elezioni del secondo biennio. Ebbene fu il piu’ eletto per numero di voti ed ottenne la carica di Vice Presidente lasciando la massima ad Euro Mascioli, il Morino. Al tempo io, per mantenermi gli studi universitari nei fine settimana che tornavo in paese facevo qualche extra nei ristoranti. Avevo lasciato il mio nome alla signora Bruna della trattoria “da Ottavio” e a Gelardo della Caletta. Mai scordero’ quell’assolato mezzogiorno autunnale da Ottavio. Avevamo a pranzo la squadra dell’Argentario, una quindicina di lupi affamati tra giocatori e dirigenti. Euro, dopo la messa, lasciò la moglie Gigia a parlare con la sorella Primetta fuori il ristorante e dopo aver fatto le solite raccomandazioni pre partita diede appuntamento al campo. La squadra era composta quasi tutta da forestieri, compreso l’allenatore Montiani. Gli unici santostefanesi erano il portiere Domenico Cippegumme, Sergetto e Piovino, fresco fresco di provino alla Sampdoria. Fu allora che Di Pede incomincio’ a girare tra i tavoli con dei cartoccetti di carta da pane che contenevano ognuno un pugnetto di quegli intrugli che gli aveva dato Pasqua. Io, che lo seguivo dal muro della sala potevo vederlo abbassarsi all’orecchio del giocatore e, sottovoce dire:” Mangia questo che ti fa venire un ***** così!” il tutto indurendo ed alzando l’avambraccio. Lo fece per tre volte cambiando ogni volta tipo di intruglio ma non il rituale ed alternando una volta con le carote, l’altra con le patate lesse e per finire con dei finocchi. Al che Angioletto Malacarni, simpaticissimo terzino orbetellano, si alzo’ e disse: “Presidente guardi che noi a quelli dobbiamo fargli gol non il ****. Ci faccia portare una bella bistecca!”
Era uno a cui piaceva molto il gentil sesso ed ebbe una lunga relazione con una bella signora del posto, chiamata per via degli splendidi occhi “la gatta” dalla quale ebbe una figlia. I due non si sposarono e vissero in case separate tenendo, diceva lui, sempre acceso il fuoco della passione. Si perche’ il sesso era una delle sue due grandi passioni. L’altra era il Judo’.
La S.E.A. era ormai diventata la piu’ grande ditta edilizia del paese e costrui’ palazzi in tutto il paese specialmente modernizzando quella che da sempre e’ stata definita la parte alta del nostro rione: il Pianetto. Negli anni cinquanta e sessanta, c’era giusto Carlo il macellaio e Aurora la lattaia l’alberghetto dei Piperoni, il bar di Marchino e null’altro. Pian piano qualcosa si mosse e sul finire del decennio un giovane orbetellano aprì la barberia. Ma questa e’ un’altra storia. Quello che ci interessa adesso e’ descrivere l’ampio rifacimento che venne fatto all’area abitativa con la costruzione di nuovi condomini adornati da graziosi giardini all’inglese che, novita’ per quell’epoca, andarono a ruba. Tra i palazzi un grande parcheggio coperto, naturalmente a pagamento. L’area venne riconosciuta come la Sea e, in un poco piu’ che uno scantinato venne istituita la prima palestra di judo’ del paese ed il fondatore non poteva che essere stato lui: Giuliano De Pede cintura nera di non so quale Dan da Sora. All’inizio fu uno sport di nicchia, ad andarci furono soprattutto i ragazzi del Pianetto e quelli dei quali la propria mamma piaceva dire: “Il mio figlio va al Judo” pronunciandolo signorilmente senza accento e non come la gente comune santostefanese che ce lo metteva. I primi furono Ferruccio di Remigio che si portò dietro i cugini Antonio e Paolo di Mecone il tassista. Era tutto uno chiama l’altro. C’erano i fratelli Vittorio e Fabio figli di Tonino Cappuccella e tra le femmine, bravissime Marina Fronzoni, Egidia degli Occhibelli e colei che era sicuramente la più forte: Imperia Tantulli. Ma a seguire la popolarita’ aumento’ e i ragazzi venivano da tutto il paese. Poi c’era il maestro che sapeva dosare il bastone e la carota. A volte poteva sembrare duro, quasi odioso, mentre altre bravo come poteva essere un padre. Non poche le volte che faceva partecipare alle lezioni anche qualcuno che non poteva pagare.
Non avendo nessuna finestra ed essendo vi lascio immaginare a cosa si andava incontro una volta entrati. Dopo la porta c’era una specie di corridoio con una banca dove sotto venivano lasciate le scarpe e le calze per cui l’impatto olfattivo era notevole. C’era uno che era diventato esperto e pensare che non era neanche un partecipante attivo ma uno a cui piaceva assistere alle lezioni. Appena entrava dagli odori che sentiva sapeva chi c’era. Sapeva distinguere quello stagionato da quello fresco, quello acetoso a quello alle patatine rancicose. Una volta gli amici lo sfidarono. Misero in premio ognuno cinquecento lire ed arrivarono ad una somma finale di quattromila cinquecento. Il nostro, bendato, doveva indovinare dagli odori che sentiva tutti quelli e quelle che si stavano allenando. Non ci crederete ma, in cinque minuti, gli indovino’ tutti e saranno stati una quindicina. Non vi sto a dire chi era anche perche’ non ci credereste essendo adesso un insospettabile, eppure e’ tutto vero, la sua era una vera mania, mania che mi ha confidato che coltiva ancora oggi che ha superato la settantina. Se devo dire chi e’ stato il più forte judoka di quell’epoca non ho nessun dubbio: Alessio Patania. Venne in paese con la mamma e la sorella Dora. La mamma fu la prima estetista professionista di Porto S.Stefano ed abitavano nel palazzo di Piazza. Quando giunsero in paese Alessio avra’ avuto quindici, in tempo per iscriversi alla prima nautico. La sorella avra’ avuto tre anni di meno. Alessio fu invogliato al Judo’ dall’amico fraterno Antonio di Mecone ed in poco divenne bravissimo. Magro, longilineo, tutto nervi, dove andava andava vinceva sempre e presto divenne cintura nera. Era il vero orgoglio del Maestro.
Un periodo ci fu l’ondata delle ragazze del Valle e di colpo aumentarono i ragazzi che aspettavano di fuori la fine delle lezioni. E chi se li scorda quei tempi con il Maestro che quando se ne accorgeva faceva una refolata.
E poi c’era Marcello il macellaio. Lui era uno dei più grandi al tempo. Era molto forte e tra lui e il Maestro c’era una grande rivalità. Naturalmente il secondo era piu’ tecnico mentre l’altro piu’ forte. Venne il momento che i due organizzarono dei veri e propri incontri clandestini che di solito si facevano il sabato sera. Come oggi fanno facendo scontrare i cani mastini. Non lo doveva sapere nessuno e poi la sera si ritrovavano quattro o cinque scommettendo chi avrebbe vinto. Erano per lo più gli amici di Marcello che facevano il passaparola. “Stasera combattono”. E si trovavano in palestra all’orario stabilito. Una volta sono stato presente anch’io e devo dire che è una cosa che non so descrivervi realmente. Ricordo che quella volta ad assistere c’erano Amerigo Malizia, Emilio il Conte, e non so come e perché Valentino il timoniere, Giulio Strage, Mario Pio Minutolo impiegato comunale e Bistecca del Carrubo. Un parterre molto variegato che scommetteva al rialzo ogni volta che le sorti dell’incontro cambiavano. Non si trattava di un vero e proprio incontro di Judo’ in quanto era ammesso di tutto. Morsi, tirate di capelli, tirate di orecchie, cazzotti, dita negli occhi, calci. Unica cosa non ammessa erano quelli nei coglioni. Se qualche volta “per sbaglio” succedeva, l’incontro veniva sospeso. Inutile dirvi che alla fine sia il tappeto che i muri erano imbrattati di sangue e per quello veniva chiamato Mauro Vinella che armato di una grossa spugna e un secchio pieno d’acqua pensava a ripulire il tutto e farlo diventare come nulla fosse accaduto. Naturalmente previa ricompensa. Non so come chiudere questa storia, so solo che gli anni del Judo’ alla SEA sono stati anni meravigliosi e spensierati sotto la guida di un grande Maestro che ha fatto molto per i giovani paesani di quel periodo e forse mai troppo ricordato.
Io camminavo nella notte
oramai non dormo piu’
quando ho incontrato una ragazza
che era sola come me
aveva il viso di un bambino
aveva tutto e sai perche’
aveva gli occhi dell’amore
verdi
come due lacrime d’amore
grandi
aveva gli occhi dell’amore
verdi
m’innamorai di lei
lei di me
(Renato dei Profeti)
Ciao, una Rotonda sul mare il nostro disco che suona.
