Storie dell’altro secolo: Un eroe mitologico

Alcune estati fa, passeggiando con degli amici in Piazza, ci fermammo davanti ad una banchina e uno di loro disse al nipotino indicandogli l’uomo secco, con occhiali scuri e bastone strinto fra le mani che vi era seduto: “Lui è Bruno. E’ stato un grande vogatore della Pilarella”. Dal basso dei suoi sette anni, il bambino scrutò il Grande Pilarellaio ad occhi sgranati cercando tracce di quei colori bianco rosso e blu. Probabilmente non trovandoli avrà dedotto che quei colori erano una specie di qualità morale, un colore al merito.
Nessuno è immortale, ma è triste pensare che se n’è andato Bruno, un uomo che sembrava d’altri tempi. Nelle sue vene scorreva sangue napoletano al cento per cento, essendo nipote della coppia che portò Napoli all’Argentario sul finire degli anni ’70 del diciottesimo secolo: Carmine e Vincenza Della Monaca.
La coppia ebbe 7 figli, ma l’unico a nascere a Porto Santo Stefano fu Augusto, il quale sposò Francesca “Cecchinella” Di Martino con mamma in Di Fraia e i due ebbero 4 figli, Mario detto Pirunzolo classe 1920, Bruno 1921, Bruna 1927 e Elio detto Mollicone 1931.
La famiglia negli anni ’20 abitava in via del Molo nel passetto proprio di fronte a Castagnara, poi negli anni ’40 si trasferirono nell’ appartemento sopra a dove c’e’ ora il tabacchino. Augusto era una grande figura ed essendo l’ultimo si trovava con dei nipoti che erano molto più grandi di lui e tutti insieme andavano a mare. I nipoti passavano a chiamarlo verso le tre di mattina, e quando Zi Augusto sentiva un forte vento venire di faccia alla finestra di camera che si affacciava sul Molo, chiedeva alla moglie: “Cecchì bella, alziti un po’ e chiedili che vento fa”. Cecchina s’affacciava e : “Nipò, Zi Augusto vole sapè che tempo è” “Zi Cecchì, greco levante…” “Augù, dicono che è Greco levante” “Cecchì, dilli che mi sente l’ernia” “Nipò, dice così Zi Augusto che li sente l’ernia” “Fa niente Zi Cecchì, dite a Zi Augusto che pensasse a sta bene”.
Da allora fino ai giorni nostri, per la numerosa famiglia discendente dai Della Monica i venti da Greco levante sono conosciuti come “venti a Zì Augusto”. Zi Augusto aveva l’abitudine di fumà sdraiato sul letto con la finestra aperta. Occhi al soffitto, un giorno, dopo avè pranzato con un caldarello di anguille fu destato dal rombo degli aerei che segnavano l’inizio dei bombardamenti. Fu l’inizio dello sfollamento. Fu proprio durante la guerra che Bruno si innamorò di una ragazzina bruna con gli occhi corvini. Tra se e sè disse: “A te ti sposo”. La fine della guerra vide il ritorno delle famiglie in paese a vedere cosa c’era rimasto delle loro case. Quella Di Zi Augusto e Zi Cecchinella era un cumulo di macerie.
Bruno era un ragazzo tutt’ossi, grande naso e due occhioni che sembravano rubati ad un Santo di Cimabue. E poi quella camminata distintiva a tutti i discendenti di Zi Augusto. Maschi o femmine che siano. Alti o lunghi. Fateci caso camminano tutti allo stesso modo. A passisvelti ma corti conditi con la sculata a destra. Il tutto con le spalle larghe e il petto all’infuori ondeggiante. Inconfondibile. Anche quelli di oggi, basta guardare il nipote di Bruna o quelli di Mollicone. Tutti uguali. Nell’adolescenza Bruno la prese a fumare, ma sui ventanni causa un mal di gola insistente Cecchinella lo portò da Sellari, il quale gli diagnosticò una forte tonsillite e gli ordinò di smettere di fumare. Già da bambino con i remi in mano, dotato di una grande forza a scherno del fisico magrolino, ed altrettanta resistenza, fu chiamato a difendere i colori del rione Pilarella alla ripresa del Palio Marinaro. Era il 1945. Insieme a lui Stefano Metrano, Guido il Guitto, Pietrone e Aldo Orsini, in seguito detto l’americano.
Al tempo il palio si faceva ancora da fuori in terra, e gli equipaggi venivano portati al largo da due motobarche. A noi ci toccò quella di Gino Tantulli, il Palombaro. Insieme a quelli della Fortezza, il cui capovaga era una specie di Primo Carnera, tanto era grosso: Cadorna. Era considerato il più forzuto del paese. E alla vista dei giovani della Pilarella esclamò: “E questi bimbi dove vogliono andà”. Il Palio ricominciò nello stesso modo in cui era incominciato nel 1937: vittoria dell’equipaggio del Molo. L’anno dopo il percorso fu diviso su due corsie di 2000 metri, con la novità della girata fuori. La Pilarella vinse anche quell’anno e l’anno dopo ancora. Eravamo quindi nel 1947, e la Pilarella fu il primo rione a vincere tre volte di fila.
In quell’anno Bruno sposò quella ragazzina dagli occhi corvini, Olema, e l’anno dopo ebbero il primo figlio, Augusto, come il nonno paterno. Bruno, che è stato una delle memorie più lucide ed abile al racconto del rione, ha parlato dei suoi anni agonistici sempre con grande passione. Sembrava che rivedesse ogni movimento, il suo puntellare i piedi alla banca davanti, per imprimere più forza alle braccia. E mi sembrava strano, quando nel racconto dei palii finiva sempre di ricordare una gara che si svolse un 16 a mattina, una specie di paliotto preistorico. Una gara secca, una specie di vai e vieni dei giorni nostri. Quando raccontava sembrava di rivedere il tutto come se fosse oggi: “Al timone c’era Vaporino, poi io, Sirio la Serpa, il Guitto e Fulvio la Matta sulla prua. Ci toccò il gavitello sotto la Pace. Pronti via e la Serpaccia da tre palate a voto. Il guzzo incomincia a sbandà da una parte a l’altra e Sirio mi monta incollo. Praticamente noi erimo sempre alla partenza e l’altri erano quasi alla boa. Si riassettamo e ripartimo. Alla girata l’avevimo quasi ripresi, e al ritorno li superammo e andammo a vince”. Quell’equipaggio della Pilarella fu il primo a vestirsi con la canottiera a strisce verticali e berretto di lana con la nappa. Ma ai piedi portavano ancora le ciabatte. Era talmente forte che, siccome noi Pilarellai siamo da sempre di palato fino, dal 1948, chi vinceva vinceva cominciammo a dire: “Sono forti, ma oggi non c’è più chi sa remà”.
Bruno è stato un grande capopesca, certamente uno dei migliori di sempre. Non c’era un punto di mare che non conosceva. Fino alla Sardegna e la Corsica. Una vita con i Rossi, la prima cooperativa paesana, formata da Ettore Costaglione, Domenico e Antonio Loffredo rispettivamente l’Arrovito, Tiburzi e Zi Manfrone. La sua barca era il San Francesco poi diventata Giannutri. Era proprio giovanissimo quando fu nominato capopesca. Nel dopoguerra. “A bordo ceravamo io, Gigi l’Arrovito che faceva il motorista, veniva Meco come armatore, un’altro, poi due ragazzini a imparà il mestiere, uno in coperta era DuDù e un altro di macchina, il mi cugino Elio. Meco quando capivimo il pescato ciaveva l’abitudine di prende due nasselli, i più grossi e li metteva in una baccinella, a mò d’aquario. Diceva “So pè le bimbe, Lina e Mirella” Una sera eravamo rimasti solo io, Gigi e Meco, i più giovani erano gia scesi a fa festa quando Meco venne da me e disse: Bruno i nasselli nci so più, sai niente? Io ero mortificato, feci due conti, Meco è armatore, pure Gigi è figlio di unaltro armatore, il mi cugino nsi sarebbe mai azzardato: “E’ stato quel bindolo di Dudù per vendelli all’americani per fassi da le sigarette. Lo andai a trovà ma ti pare che ammetteva il fatto? Ma io so sicuro che li prese lui. Come se lo vedessi”.
Fattarelli su fattarelli, Bruno ci ha raccontato la Via del Molo che noi non potevamo conoscere, e se qualche tempo fa un lettore mi definì “Il nostro Omero”, allora devo dire che Bruno è stato il mio Ulisse. Dopo Augusto a garantire la discendenza, Olema ebbe altre tre figlie: Maria Angela, Brunita e Grazia. E venne anche il momento di comprarsi la barca. L’Edda. Intanto Augusto si diplomò al Nautico e si laureò all’Università di Pisa: Ingegnere Navale. Grande orgoglio di Bruno, un orgoglio che però ha sempre tenuto per sè, senza mai farsene vanto in pubblico. Augusto, alto, portamento, capelli all’indietro e un bel paio di baffetti d’estate quando era franco dall’università, non se ne andava a bighellonare, ma a mare con il babbo. Al tempo i pescherecci ormeggiavano ancora al Molo. La gente si affollava quando tornavano e scaricavano il pesce. Mi ricordo una sera d’estate ero dietro a delle signore, una rivolgendosi all’altra disse: “Guarda che eleganza quel giovane, scarica una cassa di pesce ma sembra che porta un mazzo di fiori…” Era Augusto. Brunita da vera napoletana era una canterina. Quando Mike Bongiorno venne a presentare una specie di festival locale al cinema alla fine degli anni 60 vinse lei. L’amore tra Olema e Bruno è stata roba degna da Grand Hotel. Io essendo amico di uno dei figli, ogni tanto frequentavo la casa, e i segni di quell’amore si poteva scorgere ovunque. Ogni mattina Olema comprava il Corriere dello Sport per Bruno, sfegatato Juventino, che poi se lo portava a bordo la mattina dopo. Il sabato giorno di festa, dopo aver passato la mattina a conciare, dopo mangiato si faceva una pennichella, e al risveglio c’era Olema con il caffè che si gustava alla finestra sul Giardino. Non so perché mi ricordava l’Eduardo di Questi fantasmi, forse il modo lento di girare lo zucchero. E poi le vigilie di Natale. Decantate fino ad Orbetello. Infatti essendo sia Augusto che Brunita fidanzati nella cittadina, Bruno preparava il caldaro per tutti e la leggenda si sommava alla leggenda. Grande giocatore di briscola e tressette, anche qui, senza forse il meglio di tutti. Prima da Chiodo in coppia con Gennaro poi da Giulia, dove facevano a gara per averlo come compagno. Una volta in pensione, tutte le mattine d’estate andava al Moletto con Olema. A mette i piedi a mare. Poi allo scoccare di mezzogiorno il rientro. Lui si fermava al bar fino all’una. Bruno e Olema. Sempre insieme. Fino al giorno che Olema se ne andò. E quel giorno, piano piano, anche Bruno incominciò ad andarsene. Quanto ci ha sofferto. C’è da dire che le figlie hanno tenuto quel babbo come un vero signore. E Bruno da vero napoletano era signore dentro. D’estate li mettevano i pantaloni di lino rosa. Ma ditemi voi chi altro poteva portare i pantaloni rosa se non Bruno. Pantaloni rosa, camicia celeste, paglietta e bastone. Come quei signori che a Napoli vedi passeggiare in Via Chiaia o nei giardini di Posillipo. Mi ricordo una mattina mi fermai alla gelateria di Brunita. Ce lo dissi: “Brunì ho visto il tù babbo stamani: che eleganza. Invece che da Chiodo mi sembrava di esse al Gambrinus “. Con l’innata simpatia mi rispose: “Di la verità”. Con l’addio di Bruno se ne vanno i fondatori del Palio, d’altronde cominciano a rarefarsi quelli che anche solo hanno visto vogare Dimas o Pietrone. La memoria adesso è rivolta ai Toretto, alla Coppietta, a Cecco il Montagnolo. Tra trentanni toccherà al Cucchione e a Solari. Ma il palio non sarà forse mai più storia, nè di se stesso, nè del paese, come è stato sett’antanni fa.

Cchiù bella, cchiù doce, ‘sta notte sarría si tu, vita mia, venisse a vucá… Na storia d’ammore te conto, si viene, si caro mme tiene, rispunne ca sí!… Chiara è ‘a luna, doce è ‘o viento, calmo è ‘o mare oje Carulí’!… ‘Sta nuttata ‘e sentimento, nun è fatta pe’ durmí… Nuttata ‘e sentimento (R. Murolo)

ciao

Unarotondasulmare il nostro disco che suona