Storie dell’altro secolo: Gli Ebrei (1ªparte)

1ªParte La direzione dell’albergo offre ai propri clienti una delle più belle panoramiche del Tirreno, un soggiorno delizioso, specie con le sue terrazze sul mare, con i suoi pini giganteschi, il suo moderno conforto,arredato distintamente dalla nota ditta Meroni e Fossati di Roma, fornita di termosifoni e camere da bagno….. Giornalmente si organizzano divertimenti d’ogni genere, the danzanti e gite in motoscafo.

Quello che avete letto nell’incipit della storia altro non è che un estratto del depliant illustrativo dell’Hotel Miramare, ma non quello che voi conoscete, locato prima dell’ entrata in paese, bensì al grande complesso alberghiero che fu costruito dal Signor Sirabella, romano, negli anni Trenta nella parte alta dello Sconcione, una delle zone, ancora oggi, più belle del paese. Il successo dell’albergo fu favorito oltre che dalla splendida posizione, sopratutto dall’intensa attività turistica sviluppatasi nei primi decenni del secolo, con la susseguente costruzione dei due Bagni, di cui vi ho parlato in un altra storia. Tutti i clienti, signori venuti dalla vicina Roma o dall’alta Toscana, prendavano camere nel lussuoso albergo dove passavano delle vacanze indimenticabili. Tutto il pianoterra era deputato alla vita sociale, con la sala e la hall che erano invece disposti intorno allo scalone centrale. Ai piani superiori vi erano le stanze, dalle cui finestre appariva una vista da sogno. I clienti di allora erano dei veri signori, le signore portavano degli eleganti vestiti di lino e proteggevano le loro teste dal sole con dei preziosi ombrelli. Anche le attrici delle compagnie teatrali pernottavano spesso all’Hotel Miramare. Erano bellissime, e gli indigeni le aspettavano per le scale che le portavano all’albergo, con la sola speranza di scambiarci qualche parola. La mattina si poteva ascoltarle cantare, mentre provavano il pezzo della sera. Purtroppo con lo scoppio della seconda guerra mondiale, non so nè come nè perché, dell’Hotel Miramare non è rimasto che il ricordo, ed anche se l’edificio è ancora li, negli anni seguenti la fine del conflitto a tutto è stato adibito, meno che a quello per cui era stato costruito. Da quando ho avuto la facoltà di conoscere le cose ho sempre saputo che la proprietà è l’Istituto Israelitico Italiano di Roma, che effettivamente l’ha usato per un fine preciso per almeno una ventina di anni, e che ha dato definitivamente il nome alla zona, ovvero gli Ebrei. Chi ha conosciuto quell’epoca credo che ormai vada dai cinquanta in su, di quando colonie di bambini romani di origine israelita venivano a passare le vacanze estive nel nostre paese. Erano miei coetanei, ed arrivavano a Giugno e stavano fino alla fine di Agosto. Mi ricordo la mattina dell’arrivo sbarcare dalla corriera in piazza e in fila di due sotto lo sguardo attento delle signorine e qualche paio di tutori dall’aria severa ed incamminarsi a passo lento verso quell’edificio che per due mesi sarebbe stata la loro casa. Ricordo i loro sguardi. Molti erano eccitati dall’idea della vacanza, della spiaggia, del mare. Ma in altri vedevo un filo di tristezza. Molti venivano dall’orfanatrofio di Ciampino, e si vedeva che la loro non era un’infanzia facile. A quello che ormai non era piu un Hotel, ma una casa, la “Casa degli Ebrei”, vigeva una forte disciplina. I bambini venivano messi nelle ampie stanze anche dieci alla volta, naturalmente separando i maschi dalle femmine. La giornata era scandita da routine, come in tutte le colonie. Ci siete mai andati voi in colonia? Io si. A Montefiascone. Non vi racconto come andò a finì. Ma torniamo ai bambini romani. Per prima cosa i maschi avevano tutti la testa rapata, e così molte femminucce, anche se alcune di queste li portavano fino al collo. Tutto questo per evitare gli immancabili pidocchi. Alle sette la sveglia e subito sotto la doccia. Alle otto nel piazzale che guarda “Villa Merlini” avveniva l’alza bandiera, naturalmente di Israele, la quale veniva ammainata al calar del sole. Dopo la colazione, massimo alle nove, le signorine portavano tutti i bambini alla spiaggia del Moletto. Si mettevano nel pezzo di spiaggia libera, prima del murello. Erano due ore di completo caos. Chi gridava, chi voleva la mamma, chi piangeva, chi si buttava a mare senza sapere nuotare. E poi i nomi. Sembrava di leggere la Bibbia: Amos, Adamo, Primo Giovanni, Luca, Anna, Sara, Rita e tanti David, che non erano mai David, ma ricordo bene: “a Davideee”, e per differenziarli uno dall’ altro, Davidetto, Davidino, Davidone ecc. Alle undici tornavano su, pranzavano e facevano la siesta fino le due. Naturalmente c’era anche l’ora di studio, e il pomeriggio le signorine li portavano a prendere il gelato. Da Chiodo. E purtroppo c’era anche chi non poteva permetterselo. Ma ciò che c’è di veramente bello agli Ebrei era il campo di calcio. L’unico vero campo di calcio del paese. Almeno ai nostri occhi di bambini del dopoguerra. L’unico campo che sembrava simile a quelli che vedevamo alla televisione la domenica sera. Con un po’ di erba, poca eh, sembrava uno stadio inglese, o come diceva Gisberto, Marassi di Genova, stadio in cui era stato a vedere una partita quando andò a trovare il babbo imbarcato. E poi c’erano i pali. Non come il Siluripedio, le 4 querce, le Crocine, Sant’Andrea dove dovevamo mette in terra i sassi, i libri o il giacchetto. Ma che dico? E chi ce l’aveva il giacchetto allora. Meno male che me ne sono accorto altrimenti facevo come in quei film romani che si vedono i gladiatori con l’ orologio al posto. Falso storico, come i giacchetti. Il guardiano della casa era Giorgio, un uomo venuto mi sembra di ricordare dalla Maremma Laziale ed aveva preso per sposa una ragazza locale. Giorgio era tanto severo quanto noi eravamo bastardi. Non ci permetteva di giocare mai. Lo chiamavamo ” Giorgio Purco…” , perché diceva sembra quella bestemmia. A volte lo provocavamo e gli chiedevamo: “E dai Giorgio fateci giocà. Solo con le mani” e lui “Purco… no! Ne cu’ piedi ne’ cu’ mani” e imbracciando il fucile caricato a sale o a pallini attentava alle nostre chiappe innocenti mentre scappando ci arrampicavamo alla rete da scavalcare. Per non parlare quando ci trovava nell’ arto a rubare le melucce o le carubbe. Anche oggi a ripensarci provo una certa ansia, era come se ti trovavi di fronte il lupo delle favole e non avevi via di fuga. Giorgio aveva un vocione basso e soffriva di asma. Quando camminava era preceduto da un “ahuuu, ahuuu, ahuuu”, cosa che avveniva anche quando si appisola alla solina a ridosso della casa nel primo pomeriggio. Questo suo soffrire di asma fece crescere in noi ragazzi una diceria, una cosa che credo non era assolutamente vera, ossia che Giorgio era un licantropo. Terrorizzato da questa idea era Giampiero Veleno che abitava nel Palazzo di Bisio, adiacente alla Casa. Giampiero tutte le sere che faceva tardi voleva che qualcuno lo accompagnasse a casa. Ricordo una sera d’Estate che eravamo seduti al Grottino. Notte di luna piena. Stavamo in tre tavolini. Passammo il tempo a parlare di lupi, le ragazze che dicevano che non avrebbero dormito e Giampiero a raccomandassi: “O mi riaaaccomagnaaate a caasa o stano stanootte dormo qui. E sul e sul e sultavolino”. Poco prima di mezzanotte Stefano il romano e Mauro la Ronca salutarono e andarono a dormì. Così almeno dissero. Dopo un po’ ci facemmo convince da Giampiero e dopo averlo fatto un po’ soffrì prendemmo la via per la Capitaneria. Incominciammo la scalinata di Via Aia del Dottore a passo lento, parlando del Palio ormai vicino e di topa, quando arrivati all’ultima decina di gradini partì un urlo da brividi: “Ahuuuuuuuuuu Ahuuuuuuuuuu Ahuuuuuuuuuuu”. Giuro che a tutti noi, nessuno escluso, si drizzarono i capelli dalla paura e incominciammo a scappare. Nel mentre a scapicollo Giampiero era già in fondo e si fermò solo in piazza dove lo trovammo collassato. Stefano e la Ronca ci raggiunsero, ma non ci fu verso di convincere Veleno che erano stati loro. Dormì tutta la notte sdraiato sul murello.

FINE PRIMA PARTE

Una rotonda sul mare il nostro disco che suona