Storie dell’altro secolo: La bisca

Ogni giorno, alla stessa ora, il camion color rosso era lì, parcheggiato a due passi dal mare sulla banchina davanti al Messico. Abbandonato al posto di guida l’uomo, un simil Chat Baker senza tromba, pareva morto. Testa reclinata all’indietro, bocca spalancata, le braccia tenute in posizione conserte. Il giornale, aperto sulla cronaca sportiva, gli era pian piano scivolato sulle gambe, fermandosi al contatto del volante. Sul sedile accanto un mazzo di schedine sparpagliate, alcune compilate alte no, un paio di penne di diverso colore e sul poggitesta un asciugamano bianco ripiegato con estrema cura. Distante una ventina di metri, all’altezza del cartellone del cinema, un’altra figura, racchiusa in un giaccone blù marina, camminava nervosamente avanti e indietro, controllando di continuo l’orologio.
Fin qui potrebbe sembrare l’inizio di un qualsiasi romanzo di Camilleri, invece trattasi della scena che si presentava davanti agli occhi di chi si trovasse ad attraversare la piazza all’ora di pranzo di una qualsiasi giornata degli anni ’70 quando, al contrario dei giorni nostri, era pressoche’ deserta. Soltanto questi due uomini, così diversi tra loro, uno per il Milan di Gianni Rivera l’altro per l’Internazionale di Mariolino Corso. C’era però una cosa che li univa fino a renderli quasi simili: la passione per il Club. Non c’era impegno che poteva trattenerli; al tocco dell’una erano li pronti a varcare la soglia che li avrebbe immessi nell’immenso locale. Mentre Mauro, segnalinee storico dell’Argentario, stava qualche attimo a parlare con il gestore sulle sorti della squadra Pallino, camicia tartan rossonera, jeans e scarponcini anti-infortunio, sedeva in uno dei tavoli, preparandosi con calma una cartina di tabacco.

Il club fu aperto sul finire degli anni sessanta in Via Cappellini dai soci della Società Sportiva Argentario, allo scopo di darsi una sede ed un ritrovo in cui ritrovarsi per passare il tempo libero, dando allo stesso tempo una fonte di guadagno alla Società. Il locale era aperto a tutti, non solo ai soci, ragion per cui era sempre pieno a tappo, dall’apertura fino almeno alle sette di sera. Gli unici periodi di stanca erano i mesi estivi, e la ragione era da attribuire alle belle giornate e alla professione di molti, che proprio in quel periodo richiedeva un maggior impegno.
Situato a metà scalinata, si entrava attraverso una porta color nocciola e scendendo due gradini di marmo. Il locale era enorme con delle colonne al centro che, dal pavimento raggiungevano il soffitto. Sulla sinistra quattro flippers a cui seguivano una serie di grossi tavoli verdi a forma circolare nei quali potevano sedere anche fino ad otto giocatori alla volta. In fondo alla sala il bar con sulla destra a media altezza il televisore. Sulla parete lato cinema, oltre il gabinetto, tre finestre che erano quasi sempre tenute aperte per permettere il ricircolo dell’aria. Il biliardo si trovava di fronte all’entrata con le stecche attaccate al muro vicino all’attaccapanni ed il porta ombrelli, perché di una cosa mi ricordo maggiormente di quelle giornate passate dentro la bisca: che pioveva, pioveva sempre. Le pareti erano bianche e scarne, senza particolari addobbi se non delle piccole cornici a giorno con su delle foto, made Marelli, dei protagonisti della prima promozione dalla Terza categoria. Eroi ormai mitologici, dal capitano Bruno Maiuri impegnato in un palleggio di testa, al regista Mario Feri con la sfera che gli rimbalza sulle ginocchia, passando per il portiere Kramer impegnato in presa alta, per finere con un poco più che bimbo Piovino in posa con le braccia conserte e la lingua stretta fra i denti.
I primi clienti ad arrivare nel locale erano i pensionati ed i commercianti che alle quattro avrebbero dovuto riaprire le attività. Euro Mascioli, Ettore il Moro che ha frequentato il circolo fino a quando non ce la faceva proprio più. Ricordo che veniva con il bastone, accompagnato dal genero Sergio Triglia, il quale alla sera lo veniva a riprendere. E poi Francesco Avvento. Don Ciccio, era un vecchietto benvoluto da tutti, estremamente educato, viso rubizzo con il naso a palletta. Vestiva sempre a modo, con cappottino e cappello in testa. Padre di tre figli, due femmine ed un maschio, rimasto vedovo si risposò con una signora dell’Isola d’Elba, ed insieme vennero ad abitare all’angolo dell’ultimo piano del Palazzo di Iacovacci. Ho ancora davanti agli occhi il giorno che nacque Daniele Pallesecche, suo primo nipote maschio che avrebbe portato il cognome Avvento. Era talmente felice che offrì da bere a tutti quelli che erano dentro il locale. Grandi e piccini.
Il primo a gestire la bisca fu Valentino che a quel tempo era anche il guardiano del campo di calcio, ragion per cui, salvo qualche scappatella pomeridiana, poteva coprire soltanto i turni serali. Questo faceva si, che durante il pomeriggio, dietro il banco si alternavano le figlie, il tutto per la gioia degli occhi dei clenti più giovani perché, di Valentino va detta una cosa. In vita sua avrà anche sbagliato qualche girata, ma con le figlie non ha fallito un colpo. Cinque una più bella dell’altra. Dovessi farne una classifica non saprei proprio da quale cominciare, forse da quella che serviva proprio i primissimi tempi e che si è sposata a Follonica. Una vera stanga, così bona che mi dovete aiutare a dire bona.
Tanti erano i giocatori flipper, e lunga era la coda da fare per poterci giocare a meno che uno non entrava insieme a Pallino. A volte si doveva aspettare anche delle ore. Si giocava per il record, per poter scrivere con orgoglio il proprio nome nelle caselle dello schermo. Diverse erano le tipologie di gioco. C’era chi lo faceva con delicatezza quasi accarezzando i pulsanti e chi al contrario lo sgrullava con irruenza fin quasi alzarlo, con la capacità, pero’, di non mandarlo in tilt. Fra i più bravi ricordo Enzetto Guasti, Giovanni di Bruna ed anche Gualtiero Della Monaca. Riuscire a nominare ed a descrivere tutti i frequentatori sarebbe impresa assai ardua e quasi impossibile, per cui mi limiterò a quelli più vivi nella mia memoria, ben coscio di dimenticarne altri di identico spessore. Inizierò da colui che credo sia stato il numero uno: Fenaroli. È stato il primo presidente della rinata squadra di calcio, quello che mise la firma e le dovute garanzie in Federazione al momento opportuno. Alto il giusto, ne grasso ne magro, bel volto, i capelli persi quando era ancora un ragazzo, ma con i pochi rimasti portati con gran disinvoltura senza cercare aiuto in alchimie varie o peggio ancora in improbabili riporti. E poi portamento. Un gran portamento. Impresario edile ha costruito più di mezzo Argentario, compreso il Pellicano, diventato con il passare degli anni uno degli hotel più belli del mondo. Bella vita trascorsa fra i locali più alla vogue della Costa Azzurra e della Svizzera, più di una amicizia con l’attrice Annamaria Pietrangeli, famosa per un flirt con James Dean, raggiunse l’apice della fama paesana la mattina di un estate ormai lontana. Ancorato in rada un panfilo con a bordo ospiti importanti. I Kennedy. Dal porto del Valle parte un motoscafo Riva alla cui guida c’è un giovane in camicia bianca, foulard al collo, pantaloni blu. Agli occhi quello che sarebbe diventato il suo trademark: un paio di Lozza scuri a lenti tonde. Non se ne separava mai, li portava sempre, anche di notte. Giunto sottobordo lo yacht, l’attesa fu minima, in quanto Jacqueline era già pronta a scendere lo scalandrone. Appena salita a bordo le fece un baciamano, e partirono verso il porto. Ormeggiarono dove ci sono oggi i pontili di Gerardo Bobbe. C’è ancora chi ricorda la First Lady, stupenda, in pantaloni bianchi, maglia a maniche corte nera e fascia bianca che li teneva i capelli, mentre seduta su dei tramagli si aggiustava un paio di sandali capresi. Ad attenderli c’era una fuoriserie scappottata. Lui le aprì la portiera, la fece salire e si mise alla guida, partendo verso una folle corsa per i tornanti dell’Argentario. Il giorno dopo era tutto un dire: “Avete visto chi c’era? Jacqueline… e lo sapete chi l’è andata a prende? Fenaroli…”.
Abituato a frequentare i più famosi casinò dell’epoca, cosa volete che era per uno come lui il club? Poco più di un passatempo. Lo so che io sono un po’ di parte, in quanto l’ho conosciuto molto bene avendo lavorato per lui alcune estati anni ’60. Mi ha insegnato molto della vita. Sopratutto ad essere se stessi e a non arrendersi mai. Credo che nessuno, al nostro paese, abbia saputo cavalcare l’onda del boom come lui. L’ha cavalcata a modo suo, con azzardo, fino ad esserne disarcionato, ma io sono del parere che è meglio vivere un giorno da Fenaroli che una vita come il …….., buttato da Giulia a dire: “come sono ricco”.

Dopo alcuni anni di gestione Valentino, il locale passò ad una coppia di forestieri, Rossi e Franco Albanese. Il primo di professione postino, abbastanza taciturno, spesso quando era fuori dal servizio sedeva ai tavoli a giocare. L’altro un aviere poi raffermatosi, più guascone e paraculo. Ma uno dei personaggi che ricordo com maggior simpatia è senz’altro Nanni Pippa Quattrocentista. Giovane come me, senza soldi come me, ma più bello di me. Alto, faccia alla Richy Shayne ciuffo compreso, era il Fonzie della bisca, solo che invece di indossare il giubbotto di pelle metteva quello jeans. Comminava all’americana, dondolando le spalle. Era bravissimo al biliardo, ma solo quando giocava da solo, nei momenti che il tavolo era libero. Era allora, con tutti i ragazzini intorno che lo guardavano a bocca aperta, che dava sfoggio di tutta la sua abilità. Ogni tiro una buca. Dichiarata. Poi le volte che doveva fare sul serio, giocando contro avversari veri, si impappinava e non combinava nulla, inventandosi le più improbabili scuse come degli improvvisi mal di pancia. Ghiotto di cioccolatini Boero, se ne faceva delle vere scorpacciate. Non so se i più giovani si ricordano dei cioccolatini Boero. Ve li ricordate voi i cioccolatini Boero? Si vendevano sopra i banchi dei bar, ed erano attaccati a mazzi per il ciuffo della carta che li ricopriva. Dentro la carta c’era un foglietto con su scritto: “Hai vinto un altro Boero” oppure “Ritenta”. Erano ripieni di un liquore molto stucchevole e con una ciliegia. Nanni ogni pomeriggio arrivava verso le tre e ne staccava uno. Non so se per fortuna o per chi sa quale combinazione riusciva sempre a vincere uno e poi un altro ed un altro ancora. Lo vedevi sempre con la bocca impastata di arkemonse e ciliegie. Finchè un giorno ebbe la malsana idea di aspirare il liquore con la gola, invece di ingoiarla come Dio comanda. Risultato che gli rimase di traverso strozzandosi. Per fortuna nel locale c’era Sergetto che lo fece sdraiare, gli dette due colpi sul torace facendogli venire su pure quello che aveva mangiato due giorni prima e passò alla respirazione bocca a bocca. Ci vollero un paio di interminabili minuti prima che si riprendesse e quando riprese colore Sergio esausto si alzò tutto sudato con tanti pezzi di ciliegia fra i denti e sulla lingua.

Oltre al salone principale c’era un altra stanza a cui poteva accedere chi voleva giocare a ping pong chiedendo la chiave al gestore. Ci si entrava passando all’interno del palazzo e serviva anche a magazzino della squadra di calcio. Ed è proprio questo il motivo che mi ha spinto a scrivere questa storia che devo confessare non era nei programmi fino a qualche giorno fa quando mi sono ritrovato fra le mani il libro di Nieto sui 40 anni della società. Lo stavo sfogliando distrattamente soffermandomi più che altro sulle fotografie, quando gli occhi mi sono caduti alle ultime righe di una pagina che descriveva la stagione 1969-70. Raccontava del furto da parte di ignoti di un completo di magliette, dei palloni e di importanti documenti federali. Vi si legge che i furfanti erano entrati nel locale rompendo il vetro di una finestra che guardava il Giardino e che il giorno dopo, pentitosi avrebbero restituito la refurtiva lasciandola fuori la porta del locale. Il Muscio scrive ancora: “Non c’era bisogno che rubassero, bastava chiedere e gli sarebbe stato dato” Sì meglio, dico io. In un attimo mi sono venuti alla mente giorni ormai dimenticati, come quando una sera con un mio caro amico che non c’è più, entrammo nella bottega dei suoi genitori e trovammo il babbo, persona squisita, con tutti quei pischelli impauriti intorno, consigliandoli come compartarsi con i carabinieri. Perché il Club fu invaso dai carabinieri che cercavano testimonianze, mi dissero che le guardie fecero irruzione nelle scuole elementari e medie. Perché quei piccoli delinquenti, come li chiamavano il Muscio e Gessani, avranno avuto al massimo dodici anni. I due si trasformarono in Sharlock Holmes, fin quando il massaggiatore ne trovò uno con la maglietta numero sette di Franceschino addosso. Era talmente piccino che gli arrivava sotto i ginocchi. Lo bloccò e lo portò in caserma dove lo fecero confessare. Non ricordo o forse non ho mai saputo come andò a finire l’intera storia. Si minacciava di “sporcare la fedina” vero incubo dei bimbi dell’epoca, alcuni genitori che minacciavano i figli di chiederli in collegio o peggio ancora mandarli alla caraventa. A volte penso che, se oggi i genitori fossero come quelli di allora, in paese non ci sarebbe più un bimbo in circolazione. Tutti rinchiusi.

Una delle categorie più rappresentate del locale era quella dei panfilisti, forse perché erano quelli con più tempo libero a disposizione. Fra loro Frigge, che sedeva sempre in un tavolo fra i quali si trovavano sempre il Gobbino e Orlando calcetti. Era quello il tavolo con più spettatori intorno, non perché si giocava meglio, ma perché tutti aspettavano la chiassata giornaliera di Franco, che finiva sempre a smoccolare e sbattere ogni carta sul tavolo schiccando le nocchie. A volte, ma non più di una al pomeriggio, si alzava per andare a pisciare. Si sgranchiva le gambe, buttava lo sguardo sul tavolo del biliardo dove giocavano i professionisti. Anche lì con aria di superiorità. Vedeva ma non guardava. Poi se ne tornava al suo tavolo, a far girare le carte, a bere un caffè dietro l’altro a farsi cadere la cenere sui pantaloni a perdere e a vincere. E a bestemmiare.
Certo per noi ragazzi andare al club era una cosa diversa di un bar normale. Al club si andava a veder giocare i grandi, come a San Siro, o al Barnebau o all’Olimpiastadium.
Altro personaggio che caratterizzò quei giorni fu il Gobbino che, come un eroe, una sera morì sul campo di battaglia proprio fuori la porta della bisca. E poi Piero Berni, il farmacista. Chi non lo ricorda. Persona simpatica, aveva il tic di strusciare più volte la carta pescata sul tavolo. Se fra le mani aveva belle carte, le appoggiava sul tavolo strusciandosi freneticamente le mani. E poi Remo Monaci. Tipo alla Pasqualino Settebelle, arrivava nella bisca in tuta, se la levava e rimaneva in maniche di camicia e cravatta. Alla sera si alzava, con la camicia strapazzata, il nodo della cravatta allentato, gli occhi rossi per le mille sigarette, le dita coperte di nicotina e della tipica patina untosa delle Del Negro passate di mano in mano per ore e ore. E poi i fratelli Bussi e quelli Mileo, Mario Pio che usciva alle due dal comune e veniva subito dentro. Gambe corte e culo basso come la zia Aurora la lattaia del Pianetto, al tempo era più potente lui di Enrico Cuccia, essendo il cassiere sia dell’Argentario che della Pilarella. Il suocero di uno dei gestori del Giulia, che oggi passa il tempo alle macchinette di Gianluca, il Sor Reggiani, Lardo’, Solari Primo, Preciso Stanzino e coloro che in quel tempo erano i piu’ giovani come Renzo Carotti, Mario Bani, Marietto Pitone e Costabile. Quasi tutti dei perdenti con le carte. Uno che invece ci sapeva fare era Lalla, anche perché abituato a ben altri palcoscenici. Maglioncino leggero a collo alto, sigaretta vinceva spesso. Quando perdeva restava a sedere da solo. Gomiti appoggiati al tavolo, si prendeva fra le mani la testa all’altezza delle tempia arruffandosi i capelli.
Non si vedeva circolare denaro fra i tavoli. Mai. Solo delle piccole fiches che si passavano da un giocatore all’altro. Eppure le cifre giocate, in alcuni casi, erano alte, molto alte. Alla fine li vedevi appartati a gruppi. Regolavano i conti. Naturalmente come in ogni posto in cui si gioca d’azzardo non poteva mancare l’usuraio. Era un tipo conosciuto da tutti, anche lui giocatore, entrava nel locale in bretelle e con la sua aria piena di boria. Chi perdeva sapeva a chi rivolgersi.
La sala dietro aveva anche una seconda funzione, era infatti concessa ad altre assiciazioni che la richiedessero per fare delle riunioni. Fra queste la Rari. Enrico riuniva i suoi allievi qualche sera al mese per fare dei corsi di sopravvivenza o per prendere il brevetto di bagnino. Ma sopratutto per far passare qualche ora piacevole ai suoi ragazzi. Una sera vi presi parte pure io. Ricordo come adesso che era una bella serata primaverile. Stavo seduto fuori alla porta di Giulia, in una delle due sedie di destra. In quel mentre arrivo’ l’Accinnato, che vedendomi senza far niente mi disse: “E dai vieni… che stai a fa’… vedrai co Lavaggi si divertimo…” Niente non mi convinceva. ” Poi alla fine bevemo…” Fu così che mi feci trascinare. Bastarono quelle 4 parole. Dentro alla sala c’erano una quindicina di persone. Molti pischelli. Tutti seduti a circolo intorno al tavolo di ping pong. Confesso che ci andai controvoglia, ma alla fine passai un paio di ore piacevoli. Imparando diverse cose. Enrico infatti insegnava alcuni trucchetti come
per esempio contare i secondi se non hai l’ orologio. Basta fare: epuno… epdue… eptre…”. Oppure a fare la respirazione a bocca a bocca. O a come comportarsi se si cade a mare con la macchina. Chiudere immediatamante tutte le aperture. Aspettare che il veicolo si appoggi sul fondo. Aprire il finestrino ed uscire da li. Verso le undici venne il momento da me tanto atteso. Lavaggi disse ad un pischello: “Va a chiama’ a Franco…”. Che arrivò con un blocchetto che ci passammo uno ad uno. Ognuno ci scriveva su la sua ordinazione. Iniziò Lavaggi. Io ero l’ ultimo. Scrissi: wisky. Poi, per curiosità, guardai quelli prima di me: Lessi solo chinotto, aranciata, tropical, acqua al tamarindo. Giuro di essermi vergognato a morte ed allora accanto alla mia ordinazione ho aggiunto: con tanto ghiaccio.

Una delle giornate più temute dai giocatori era quando il prete entrava per fare la benedizione pasquale. Solitamente in quegli anni era Don Azelio accompagnato da Ninnarello. Don Azelio era di poche parole, entrava con la sua camminata lenta ed il locale si ammutoliva. Intorno al biliardo in molti iniziavano a guardare con più attenzione il puntale della stecca, i cacini venivano passati con attenzione maniacale, le partite si rallentavano fino quasi a fermarsi. Ai tavoli del ramino si spengevano le sigarette, le carte scivolavano invece di sbattere, le bestemmie rimanevano in gola. Arrivato al banco, trovava Franco Albanese che si asciugava le mani al grembiule e la porgeva con ossequio. Il parroco benediceva tutti ed in silenzio come era arrivato riusciva.
Donne nella bisca non ricordo di averle mai viste, ad eccezione della mamma di Ninnarello che abitava proprio accanto ed entrava tutte le sere per comprare il latte o le carammelle al rabarbero.
Ma il club era sopratutto la sede dell’Argentario. All’entrata sulla destra c’era il tabellone con i risultati della giornata e la classifica che Eraldo teneva sempre aggiornato. Accanto un’altra più piccola dove tutti i venerdì venivano messe le convocazioni di tutte le rappresentative, dai pulcini alla prima squadra. La domenica dopo le partite il club diventava il ritrovo di tutti i tifosi. Se l’Argentario giocava in trasferta enorme era l’attesa della telefonata di qualche dirigente per conoscere il risultato. Se tardava ad arrivare o non arrivava proprio, la sconfitta era certa. Quando si giocava al Campone, anche i giocatori venivano a farsi il giro di mafia. In quegli anni la squadra era composta da ottimi giocatori, per lo più provenienti da Orbetello. Gente che quando entrava nel locale richiamava su di se tutta l’attenzione, mica come oggi che quando entrano da Giulia non se li caca nessuno. Ricordo Aldi, un passato da riserva di Corso nell’Inter di Herrera, cappotto lungo con collo di pelliccia rovesciato a V e borsalino in testa oppure Valeri in loden verde con il collo sempre alzato. Poi l’allenatore Roncucci, fisionomia alla Paron Rocco, il più grande che si sia mai seduto sulla panchina del Campone. E come dimenticare Rasimo Scotto, giacca e cravatta e procuratore accanto. Si, perché in molti crederanno che la professione di procuratore l’abbiano inventata Caliendo o Branchini. Niente di più falso. Il primo è stato Emilio Zorilla, altro frequentatore del club. Era lui che gestiva la carriera del genero, ed ogni estate faceva sudare le proverbiali sette camicie ad Aldo Bussi prima di firmare il contratto.
Altro protagonista è stato Giovanni De Luca, all’epoca industriale di mattoni. Anche lui tipo focoso, quando perdeva accusa gli altri di barare, si alzava e non pagava, stando qualche settimana senza farsi vedere. Era anche un giocatore di biliardo. Goriziana. Contro Mario Bani o Pallino. Siccome era corto di gambe, Giovanni per arrivare al tavolo si doveva arrampicare sui bordi.
Dopo cena il locale era frequentato sopratutto dai giovanotti. Un paio di giornali si trovavano sui tavoli, ormai ridotti ecce omo, dopo essere passati di mano in mano per tutto il giorno. Tonino, Luciano Cionnetta, Asfalto, Pistellino stavano seduti davanti alla televisioni, presto raggiunti dal Cionno che lasciava la macchina da presa a girare per conto suo.
Il biliardo era proprietà privata del Barone, Pelo e gli altri Mannelli che si sfidavano fra un peroncino e l’altro.
Il club è stato una di quelle pagine che hanno rivoluzionato la vita dei maschi locali, in alcuni casi mettendo in gravi difficoltà finanziarie la vita famigliare. Qualcuno si è giocato anche l’attivitità per non dire qualcosa di più grande. Alcune mogli si rivolsero addirittura al parroco per avere un aiuto per uscire da questa situazione, e a pensarci bene, tutto cio’ stride da cio’ che avviene oggi, quando sono proprio le donne a sperperare cio’ che il marito guadagna, cercando la fortuna nel lotto e in gratta e vinci vari.
Saranno quasi venti anni che il club non è più in Via Cappellini. Molti di quelli che allora riempivano la sala non ci sono piu’. Frigge grazie al rosario turco non fuma più e smoccola di meno. A carte gioca di rado, perché dice che, per uno abituato al circolo, “non vale la pena” con tipi come Giacomino e Roncolini.
Un pomeriggio di qualche settimana fa, sono passato davanti ai carabinieri ed ho buttato l’occhio nel locale attraverso le sbarre delle finestre. Cercavo di ritrovare le atmosfere di una volta, ma ho trovato uno di quei locali tipo dopo lavoro ferroviario. Ho allungato il passo, ho pensato a Nanni Pippa e sono invecchiato ancora un po’.

Ciao

Una rotonda sul mare il nostro disco che suona