Storie dell’altro secolo: La sala giochi

Si sentiva ancora in lontananza l’eco del Maggio Francese. Ben più forte era il frastuono provocato dalla bomba di Piazza Fontana. Valpreda, l’anarchico Pinelli, il commissario Calabresi, tutti misteri mai voluti risolvere in quell’Italia a cavallo dei decenni ‘60-‘70. Intanto De Andrè incideva “la Buona Novella”, disco censurato dalla Rai bigotta di Bernabei, ma colmo dei colmi trasmessa dalla Radio Vaticana.

L’occhio della televisione cominciava ad essere sempre più invadente e descriveva i fatti di cronaca nera in modo più coinvolgente ed i ragazzini dopo aver visto i telegiornali dell’epoca avevano paura anche ad uscire di casa. Parlo delle barbare uccisioni dei due tredicenni. Ermanno Lavorini e Milena Sutter. Il primo un bimbo di Viareggio, la seconda una giovane della Genova bene. Probabilmente fatti così erano accaduti anche in passato, ma era la prima volta che la televisione vi entrava in modo così approfondito. Personaggi come il bagnino omosessuale Adolfo Meciani o il biondino con la spider rossa Lorenzo Bozano erano sulla bocca di tutti. Io ricordo in modo particolare lo scandalo che coinvolse una bella parmigiana: Tamara Baroni. Finì in prigione con l’accusa di aver tentato di uccidere l’amante Bobo Bormioli. Dopo poco uscì e si spolse per Play Men e noi sfogliavamo la rivista al sicuro della Casa del Giardino. Al sicuro per modo di dire, perché da un momento all’altro sarebbe potuto arrivare Renato Jacovacci con la carabina a pallini e allora… Oggi Tamara Baroni è nonna e capisco come sono lontani quegli anni.

In paese la maggior parte delle ragazze stava a casa a leggere i fotoromanzi Lancio o andavano a Santandrea dove c’erano le carrozzine di Dancelli sperando d’incontrare lì il loro Franco Gasparri. Quelle che osavano svoltare la Capitaneria insieme ad un ragazzo venivano additate e considerate delle “pocodibono”. Ma i tempi stavano per cambiare e la spallata definitiva la dette l’apertura di due locali: il Buco in piazza e la Sala Giochi di Via Del Molo. Buona parte della clientela frequentava tutti e due gli esercizi. La sala giochi fu aperta da un signore che mi sembra di ricordare fosse senese. Era bassetto con i capelli rossi. Il magazzino era dove oggi c’è il Marinaio e ora come allora era di proprietà di Giulia. Come guardiano della sala fu assunto un ex marittimo in pensione: Arturo Modesti conosciuto come Bistecchi. Per far capire ai più giovani chi fosse posso dire che era il suocero di Dudù, avendone quest’ultimo sposatone la figlia. Ma era anche il nonno di Cristiana e Riccardo Modesti. Appartenente alla famiglia “più in vista” di Via Galli, divenne uno di noi sposando Siria di Clelia e Nanni del Biancone uno degli armatori di pescherecci di fine ‘800. La coppia abitava al 35 di Via del Molo.

Arturo era un uomo tutto d’un pezzo, molto colto, nel locale fra un cambio di soldi e l’altro faceva sempre le parole crociate. Me lo ricordo sempre in giacca e spagnoletta in testa. Pure d’estate. Alto, assomigliava un po’ all’Avvocato in quelle foto anni ‘60, con le basette bianche e un po’ lunghe. Era molto severo e un po’ soffriva quel cambio generazionale. Ricordo che la sua spina nel fianco era Cini. Cini da Lividonia, era bassetto e velocissimo. Occhi celesti e vispi. Come giocava a flipper lui non lo faceva nessuno. Si metteva di spalle e senza guardare poteva tirare la partita fino alla chiusura del locale. Lui e Arturo giocavano a guardie e ladri. Cini ogni tanto faceva i dispetti e Bistecchi faceva finta di prenderlo per un orecchio e lo buttava fuori. Faceva finta, perché mai ha alzato le mani su nessuno.

Ma la banda che frequentava maggiormente il locale era quella del Buco. Per la prima volta in paese era un gruppo misto formato sia da maschi che da femmine. Andavamo dai 15 ai 20 anni. Erano gli anni dei movimenti studenteschi perciò c’era molta politica. Ma non di un unico colore. C’era chi leggeva l’Unità o i primi numeri di Lotta Continua, chi era iscritto all’Azione Cattolica, chi al Partito Repubblicano. I capelli l’avevamo tutti lunghi. Le donne. Le donne le posso ricordare: Neda, Patrizia, Angelona, Tecla già allora innamorata di Tronchetto, e poi quella che era la “ragazza del Clan”, la più peperina ma anche la più carina: Emanuela. Originaria di Orbetello. Ma si ve lo dico, è la sorella del Mangiaranocchie, era quella che più ha rappresentato quell’epoca. Capelli lunghi altezza spalle, occhi verdi. Sembrava Eleonora Giorgi. Vestiva come Jane Fonda nel film Barbarella. Metteva quella che poi era un’antesignana dell’odierna bandana, cioè una striscia di tessuto che avvolgeva testa e capelli. A volte indossava dei ponchi, come stanno tornando oggi di moda. E poi stivali fino sotto al ginocchio con la cerniera laterale che conferiva una certa aderenza alla gamba. La punta era squadrata arrotondata. Spesso portava la minigonna, allora gli stivali erano over-knee. E poi bigiotteria freak, collane lunghe, lunghissime quasi fino alle cintura e bracciali.

Nella sala c’erano almeno quattro flipper, due bigliardini in fondo al centro, il bowling, primo in paese appena entravi sulla destra. E poi il basket-game, vera novità. In premio se si batteva il record c’erano i primi Mars bar, i Lyons ed altro. I maschi erano Cacaceci, Barabba, Fantoni (il macellaio), Albertone, Mezzochilo, Italo, Zi Moro, Giusi che abitava proprio lì, Uccio Cimini, il grande Mastucco, Orlando Pinna con la faccia da Indio, Moschito altro bravo giocatore di flipper e quello che era considerato “il bello” dalle donne: Benedetto Arienti il Guitto.

Un sabato sera con fuori una tramontana che portava via la sala era gremita a tappo. Fuori alla porta Barabba in maniche corte e dentro Cacaceci che non voleva farlo entrare. Spingi te spingi io la porta si spaccò. Arturo dava i numeri, ma per prima cosa si accertò che nessuno si fece male. Non ricordo come finì, ma di certo trovò una scusa con il proprietario e nessuno pagò i danni. Cominciavano a girare i primi spinelli e questo era il vero terrore di Bistecchi. A volte i carabinieri facevano un giro per controllare. Non permetteva che i giovani stavano tanto nel bagno. Dopo un po’ incominciava a bussare.

In quegli anni Robusto era militare. Lui quando veniva a casa non si cambiava, con orgoglio continuava a passeggiare in divisa, mi sembra della Fanteria. Una sera lo chiamammo a fare una partita a bowling e lui accettò con piacere. Al primo tiro la palla prese in pieno il muro e schizzò sul tabellone che si ruppe. A quei tempi c’era un oggetto del desiderio per tutti i ragazzi: gli occhiali a raggi X. La pubblicità la trovavi su Diabolik, l’Intrepido, il Monello, Skorpio. Li potevi ordinare via posta. Tutti li volevano ma nessuno osava ordinarli. Finché una sera, sempre con la sala piena, vedemmo entrare Enzo il Baio con in faccia questi strani occhiali. Nessuno seppe mai come li aveva avuti. Con il suo ghigno malefico cominciò a dire che vedeva attraverso i vestiti. Le mutandine a una e il reggipetto all’altra. Le ragazze che gridavano e si mettevano una mano fra le gambe e un’altra sul seno. Ci fu una fuga generale al femminile. Poi il Baio se li levò e buttandoli in aria disse: “Nsi vede ‘na sega”.

Soltanto quando le tenebre erano calate veniva quello che era il personaggio più misterioso: Raspi. A bordo di una Vespa bianca. Mantello nero, sembrava un pipistrello. La mattina la sala era chiusa e apriva subito dopo pranzo. Ma quelli erano anni che all’Enem si andava a scuola anche di pomeriggio. Il Direttore Rispoli passava vicino alla porta e scrutava se c’erano suoi allievi dentro. Ma questo Arturo non lo permetteva. Quando sapeva che qualcuno doveva andare a scuola lo faceva uscire. La sala giochi restò aperta per due anni poi sebbene gli affari non erano male chiuse. Nessuno seppe il perché. Al suo posto aprirono la Galleria d’arte “San Marco”. Mi sembra di ricordare che Arturo morì subito dopo. Quel giorno in chiesa c’eravamo anche noi. I ragazzi della sala giochi. In fondo, da solo in un angolo, Cini piangeva.

 

Una rotonda sul mare il nostro disco che suona